L’estate in cui divenni un drogato di Stephen King

L’estate dei tuoi quattordici anni leggi badilate di fumetti. Passi con nonchalance da Kriminal a Capitan America (dopo sarebbe arrivato Ranxerox). Kriminal te lo spaccia il ciccione di una bancarella dell’usato, ma sei sicuro che mamma e papà non obietterebbero. Non obiettano mai, hanno solo paura che ti droghi, anche se non sanno riconoscere l’odore di una canna e sono convinti che le pere si facciano con le siringhe grandi, tipo quelle per sturare le orecchie, va’ a sapere perché.

L’estate dei tuoi quattordici anni zia Michela ti regala un volume dell’Euroclub. «Mi è piaciuto, mi ha tenuto sveglia la notte.» Lei è iscritta a tutti i club del libro d’Italia, forse del mondo, e macina pagine su pagine a una velocità impressionante. In realtà non è neanche tua zia, ma poco importa. E’ la sorella di tua nonna e ti porta spesso a incontrare i suoi strani amici di una Torino che non c’è più o forse è solo cambiata. Gustavo Rol. Lorenzo Alessandri. Gianluigi Marianini. Zia Michela ti fa sempre regali fighi. Tre volumi di arti magiche di un certo Jorg Sabellicus, un pupazzo di cera trafitto da spilloni, un teschio fosforescente da montare con quella colla che quando l’annusi ti sballa. Roba così.

L’estate dei tuoi quattordici anni leggi il tuo primo libro di narrativa in assoluto. A parte quelli imposti da insegnanti che ti hanno fatto odiare Calvino, odiare Levi, odiare Verga. A parte La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Buzzati, trovato in casa, che invece hai adorato subito e continui ad adorare adesso. Però il libro dell’Euroclub è diverso. E’ un’antologia di racconti. Si intitola A volte ritornano. Lo apri mentre zia Michela si allontana.

L’estate dei tuoi quattordici anni mamma ti chiama per il pranzo. Rispondi che non hai fame. Mamma ti chiama per la cena. Rispondi che mangerai più tardi. Alla fine guardi l’orologio a forma di robot in camera tua. Sono le dieci e mezzo di sera. Hai finito il libro. Fissi la copertina. Lo posi. Ti alzi e vai in cucina. Sul tavolo ci sono prosciutto e melone sotto la pellicola trasparente. I tuoi prendono il fresco in terrazzo. Forse tua sorella è già a letto o a giocare con le amiche. Mentre mastichi, non senti il sapore di niente ma ripensi ai racconti. A uno in particolare, L’ultimo piolo. Quasi tutti gli altri ti hanno divertito, spiazzato, magari impaurito, però quello no, quello ti ha fatto piangere. Torni in camera, guardi di nuovo il libro dell’Euroclub, il nome dell’autore: Stephen King. Quella notte dormirai bene, non resterai sveglio come zia Michela, ma un nome continuerà a rigirarti in testa, tipo una formula esoterica di Jorg Sabellicus: stephenking stephenking stephenking.

L’estate dei tuoi quattordici anni ti metti a caccia. Nella Torino già comatosa prima dell’implacabile esodo FIAT di agosto, scovi gli unici quattro stephenking dei paraggi in un negozio di via Volta. Carrie, La zona morta, Le notti di Salem, Una splendida festa di morte. Il proprietario, che poi diventerà un quasi-mentore della tua adolescenza, ti prende in giro per gli stephenking e ti consiglia scrittori secondo lui più importanti, tra cui un tal Richard Matheson. Non lo ascolti neanche. E comunque non hai abbastanza soldi. E comunque ti interessano solo stephenking e gli stephenking.

Finisci quei quattro in altrettanti giorni. Piangi (di nuovo, come con L’ultimo piolo) alle ultime pagine della Zona morta.  E dopo ti senti orfano. Anche se non lo sei. I tuoi prendono il fresco in terrazzo, no? Tranquillo.

Ancora non sai che la tua vita è cambiata. Che ti abbufferai di nuovi stephenking. Che certi ti piaceranno da morire, certi così così, certi proprio no, ma in fondo vorrai bene a tutti quanti, uno per uno. Ancora non sai che La zona morta rimarrà il tuo preferito, perché il suo protagonista, Johnny Smith, potresti essere tu, potrebbe essere chiunque di noi quando la sorte gli fa lo sgambetto.

Ancora non sai che scoprirai tanto altro, e non solo in materia di libri. Ancora non sai che molto scomparirà per tramutarsi in ricordo. L’estate dei tuoi quattordici anni, per esempio, e parecchio tempo dopo zia Michela, alla quale devi tutto, lei che per te è stata benedizione e rovina (perché ti ha trasformato in un tossico che si fa di stephenking, anche se non usa le siringhe grandi). Ancora non sai che lavorerai nella casa editrice proprio di quell’autore, che scriverai libri su di lui, che per un lungo periodo ne sarai l’editor italiano e infine il traduttore.

Ancora non lo sai, dai, è l’estate dei tuoi quattordici anni, beviti una delle tue prime birre e non pensare al futuro. Che  è ora. Che è adesso. Che è domani. Che è chissà. Che sono i ricordi tornati in vita. Perché, sì, a volte ritornano. Perché, sì, nel bene e nel male il passato non muore, non muore mai.

 

(da TuttoLibri 2049, 13 maggio 2017)

cos’è che non mi piace in questo baraccone?

Quando, nel lontanissimissimo 1999, stavo preparando con il mio amico Mauro un libro mezzo pop e mezzo no sugli anni Ottanta, si decise di intervistare Claudio Cecchetto. Non poteva e non doveva mancare all’appello. Nella sede milanese di viale Tibaldi con un gigantesco Keith Haring nella sala riunioni, la conversazione si esaurì in tre battute.

“Ma dovrei raccontare tutto?” Claudio.

“Eh, sì.” Noi.

“No, grazie, mi hanno già dato fuoco alla radio con la benzina. Va bene così.”

Un aneddoto personale che potrebbe spingere a un generale e giustificato macchissenesbatte (o a un romano ‘sticazzi, ormai sdoganato dappertutto in chiave hip), se non fosse per un punto: gli Ottanta piacciono (di nuovo), sembrano tirare, e allora perché non TANTI libri in tema scritti da chi li ha visti di sfuggita e per una generazione che prova nostalgia  per qualcosa che non ha mai vissuto? Perché non trasformarli in un brand innocuo, simpaticamente cazzaro, molto di ridere, per bimbiminkia che mai e poi mai vorrebbero sentirsi definire così?

Eccola qui in un bel pacchetto con tanto di marchio:  l’idea, la mitopoiesi (‘mazza) di uno  spensierato decennio di fresconi che si divertivano ascoltando Tracy Spencer e più tardi un giovane Jovanotti con ancora tutti i capelli al suo posto, che cacciavano soldi per Burlington e Timberland, che adoravano Ronald Reagan e si accollavano fetecchie tipo I Goonies (che è e resta una sottoproduzione miserella dello Spielberg meno illuminato, ormai rivalutata a colpi di lollone, OMG! e altri simpatici passepartout da web).

A chi vuole far passare questo decennio come tutto (e solo) questo, come un’entità bizzarra da spernacchiare con ironia piaciona stile  nerd 2.0, consiglio di sbirciare su YouTube un paio di telegiornali del periodo. Di pensare a Tchernobyl (no, non è una versione originale limitata del cubo di Rubik su cui sbavare a Lucca Comics & Games) e di considerare la risposta di Claudio Cecchetto. Potrà non piacervi il personaggio (io a suo modo lo trovo un genio, però si sa che sono pazzo) ma è emblematica: “No, grazie, mi hanno già dato fuoco alla radio”.

Dimenticavo: Mauro e io non finimmo mai il libro, restituendo onestamente  l’anticipo all’editore con parecchie interviste già in saccoccia. Va bene il kitsch, il pop, il camp, ci stanno Fiorucci, Tarzan Boy, El Charro, Nick Kershaw, Top Gun e il Commodore 64, è vero che tra la verità e la leggenda si stampa quasi  sempre la seconda, ma sapevamo che gli Ottanta mordono. A sangue. E le cicatrici sarebbero rimaste a lungo, non solo su di noi.