Tripofobia!

Se fissare le gallerie delle termiti o i pistilli di un fiore vi manda ai pazzi, siete tripofobici. Il dottor Giovanni Arduino (come lo chiamano i  migliori posteggiatori del circondario) vi spiega i perché, i percome e i losalcazzo di una patologia misconosciuta. Anime sensibili astenersi.

Non è una paura da bisnonni, da vecchietti, da talk show del mattino con la voce suadente e le tette dissuase di Barbara D’Urso. Questa è una cosa nuova e seria. Maledettamente seria, come scriverebbero certi autori di gialli che non hanno finito la quarta elementare o sono stati bocciati in quinta. Comunque, in poche parole. Partiamo dal mio amico Emiliano. E che c’entra, direte voi. Una cosa per volta. La  pazienza è la virtù dei forti. E anche la calma, forse, non ricordo. A ogni modo, Emiliano e io camminiamo nelle campagne vicino a Venegono (bel posto, bella gente) e lì ti incontriamo un alveare di qualche arzillo contadino. Pieno di cellette. Api che vanno e vengono. Emi (gli amici lo chiamano così, è un diminutivo, può anche andare bene, se non vi garba scrivete lettere di protesta) comincia a tremare. A sussultare. A sobbalzare. La sua pancia emette curiosi brontolii. Si sente prudere dappertutto. Gocce di sudore gelido gli imperlano la fronte (altro bel luogo comune, da segnalare al giallista che non ha finito la quarta elementare o è stato bocciato in quinta). Temo che stia per vomitare il Calippo della merenda o schizzare dritto al cesso. O esplodere. Ho paura che abbia paura (bel bisticcio) delle api. Niente di tutto questo. Calmatosi un ciccinino, serrati i denti, stretta la cintura e lisciati i capelli (no, forse l’ultimo no) Emi torna a casa di gran carriera. Io lo seguo. Lui si siede e mi spiega. Ancora gli pulsano i metacarpi.

Ora: questa è una ricostruzione soggettiva. Tipo quelle delle autobiografie che tanto vanno di moda in America. La storia forse non è successa proprio così, ma quasi. Ci andiamo vicino. I nomi sono quelli, i posti forse,  le api decisamente sì. Quelle api di cui Emi(liano) NON aveva paura. Lui invece soffriva (e soffre) di tripofobia.

Vedo i vostri occhioni sgranati. Chiudeteli. Riapriteli. La tripofobia non è la paura dei viaggi (trip-o-phobia?) o neanche degli sbudellamenti nei film de sangue (trippafobia, anyone?), ma dei pattern ripetitivi. Ah, cazzo, così è chiarissimo, grazie tante, ribatterete voi. Mo’ vi spiego meglio, rispondo io: degli schemi che si susseguono, soprattutto dei buchi. Tripo dal greco τρύπη, appunto, “foro”. Capirete quindi la paura per gli alveari e le loro benedette celle, le spugne di mare, i pistilli di certi fiori, i nidi delle formiche, i fori di trapano in fila indiana, i semini dell’anguria, le rughe delle arance (giuro) e via discorrendo. Però: perché questo terrore? Forse perché ho paura dei parassiti, mi spiega Emi: la fifa maledetta che in queste tane, in questi schemi ripetitivi, in queste lievi spaccature, in questi piccoli anfratti (anche) del  mio/tuo/nostro/vostro/loro corpo si nascondano vermicelli larve bacarozzi pidocchietti cimici pulci microbi ragni acari morgellons e vai col tango, uova dei mostriciattoli comprese. Oppure, ma qui Emi in parte si dissocia, paura della diversità e dell’anormale e della malattia. Immaginatevi una faccia coperta dalle cicatrici dei brufoli. O della varicella. O di una brutta ustione deturpante. O di un tatuaggio stile Tyson rimosso alla meno peggio. E le ulcere allo stomaco? Pattern ripetitivi, no? E la morte e la decomposizione, con piccole sacche gassose e gangrenose a intervalli regolari che si formano sul mio/tuo/nostro/vostro/loro corpo, tra epidermide e derma (o su quello del cane che avete trovato stecchito per strada, se oggi proprio vi dice sfiga).

Ma, dunque, si cura la tripofobia? Oh, beh, secondo alcuni non è neppure una malattia. Non è contemplata in nessun manuale e gli psichiatri di mezzo globo terracqueo ne chiacchierano sottovoce con un ghigno di sghimbescio mentre trangugiano i canapè botulinici di una convention a Salsomaggiore. Però esiste un metodo sicuro al mille per mille per diagnosticarla, e non serve attraversare le campagne di Venegono per scovare un alveare.

Se proprio volete fare la prova del nove, gustatevi in divano (meglio essere comodi) questo video di YouTube (http://www.youtube.com/watch?v=UwE3xcWjfe8) ma con estrema cautela, ché non si sa mai, gli Uomini Con Il Camice vi aspettano fuori dalla porta per invitarvi in una morbida celletta (non di api) senza vista sulle campagne, a fabbricare canestri con i giunchi.

Per il momento è tutto. Emi e io vi salutiamo e vi diamo appuntamento alla prossima (forse Emi no, io di sicuro), magari con la nomofobia. E che è? Non preoccupatevi. In fondo non vi è ancora esploso l’iPhone.

(Horror Time 1, Eligio Editore, settembre 2013)

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