tredici piani

Una storia vera che sembra una leggenda metropolitana: Angelina aveva paura del numero tredici e non voleva vederlo o sentirne parlare. Piuttosto avrebbe preferito sparire. Le vittime della triscaidecafobia dovrebbero leggere le prossime righe con la massima attenzione. Magari contandole, una a una, per non perdersi dentro la pagina.  

Arrivavamo sempre a quel piano. E lei sudava. Angelina era fatta così. Si vergognava anche del suo nome. “Tutti pensano ad Angelina Jolie.” Secondo me lei era più carina e meno bombata, ma non glielo dicevo. Non era il caso. Sembrava un modo qualunque per farsela su. Eravamo abbastanza amici e non volevo che le cose cambiassero. O forse non lo voleva lei. E’ successo un po’ di anni fa e non ricordo bene. Comunque il copione era sempre lo stesso.

“Perché sudi?”  le chiedevo.

“Lo sai benissimo. Questo piano. Io ci lavoro.”

“Il numero tredici.”

Lei rabbrividiva. Caldo e gelo insieme. “Non pronunciarlo neanche, quel numero.”

“Ma se i film li vedi. Quelli di Venerdì… quelli con Jason, insomma.”

“Ki-ki-ki mah-mah-mah.”

“Vedi? Sai anche la musichetta”, sogghignavo.

“Ma che c’entra. Sono film. Nei paesi evoluti manco c’è un piano così. O la camera di un  albergo.”

“In America è il diciassette, mi pare.”

“Chi se ne frega.”

“Lo sai come si chiama?” Le sfioravo il naso con il dito, davanti all’ufficio. Mi piacevano il suo naso e il suo piercing ad anello. Chissà se lo porta ancora.

“Chiama cosa?”

“Questa tua paura.”

“Me l’hai ripetuto mille volte.”

“Triscaidecafobia.”

“Milleuna, con oggi.”

“La paura del numero tredici.”

“E sta’ zitto.” Mi appoggiava la mano contro le labbra.

“Hai pure cercato notizie in biblioteca e su internet.”

“Sì, tanto per farmi del male.”

“O per trovare una spiegazione.”

“Forse.”

Poi passavamo a snocciolare dati, come in una vecchia lezione di scuola.

Iniziavo io: “Perché Loki era il tredicesimo dio del panteon nordico”.

Lei faceva una smorfia ma continuava, balbettando: “E Giuda si è seduto al tavolo dell’Ultima Cena  come tre-tre-tre…”

“E i gatti hanno…”

“Bugiardo. Sono sette, le vite.”

“E l’Apollo sfigato aveva quel numero lì.”

“Non a caso.” Mezzo sorriso. La battuta sui gatti la metteva di buon umore.

“E nei tarocchi è la Morte”, proseguivo.

“E le macchie sulle ali di alcune farfalle notturne. Le falene, le anime dei defunti.”

“Però Jason no.”

“Jason no che cosa?” chiedeva.

“Jason Voorhees non ti mette paura.”

“Macché. Mi fa pena.” A quel punto frugava nello zaino per cercare le chiavi. Era sempre la prima ad arrivare. “E poi te l’ho detto, sono solo dei film.”

“Avresti preferito che fosse il piano 12b? Qualcosa che non esiste?”

“Certo.”

“E che cosa ti potrebbe succedere mai?” sussurravo sgranando gli occhi e dimenando le dita.

“Scemo. Però quando Arnold Schoenberg…”

“Arnold Schwarzenegger?”

“Schoenberg. Un compositore. Quando ha scritto una sinfonia con questo numero, ha avuto un  ictus. Lo ha cambiato ed è subito guarito.”

“E questa dove l’hai letta?”

“In biblioteca.”

“Un’altra cazzata.”

“Certo”, sbuffava. Pescava le chiavi e ne girava una nella toppa. “Le mie sono sempre cazzate.”

“Non ho detto questo.”

“E comunque sapevi dell’Apollo.”

“Una storia vera.”

“Anche quella di Schoenberg. E poi Gesù è stato crocifisso il… Lo stesso giorno in cui Adamo e Eva sono stati cacciati dal paradiso terrestre.”

“Ma figurati. Non eri la super-gotica, tu? La super-pagana?” Lo era stata. Ormai portava solo eyeliner pesante, il piercing e ascoltava ogni tanto i Type O Negative.

“Quando una cosa è vera, è vera.”

“Già”, biascicavo poco convinto.

“Jacques de Molay, l’ultimo maestro dei Templari, è stato arrestato quel giorno. E il nome e il cognome di molti serial killer arrivano esattamente a…” Scostava la porta ma indugiava sulla soglia. Come a cercare di mettere a fuoco qualcosa.

“Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee. In effetti.” Contavo le lettere sulla punta delle dita.

“Andrew Cunanan, l’assassino di Gianni Versace.”

“John Wayne Gacy, il clown pedofilo.”

La nostra conoscenza in materia era sterminata. Ci piacevano le informazioni strane, inutili, che davano fastidio. A me piacciono ancora. A lei non ho idea. “Però Richard Ramirez sfora a quattordici. E chi più satanista di lui?”

Angelina sbirciava dentro l’ufficio, non vedeva nessuno e si intrufolava dentro. “Vabbe’, anche Ted Bundy. Solo otto. Ma se metti insieme serial killer americani, inglesi e giapponesi, superi il cinquanta per cento.”

“Anche questo l’hai letto in biblioteca.”

“Sì, prendimi per il culo come al solito. Adesso lasciami andare.”

Avevo sempre voglia di trattenerla e di stringerla forte. La sua paura la consumava, la cancellava. Ma era un’amica, mi ripetevo, forse mentendo a me stesso. E lei spariva nello studio dell’avvocato dove lavorava come segretaria.

Un sabato uscì al cinema Il tredicesimo piano. Decisi di invitarla. D’accordo, scherzo scemo. Però neanche il film sembrava il massimo.

Al citofono non rispondeva. Non avevo il suo numero di telefono, strano ma vero. Il mercoledì raggiunsi l’ufficio alle tre del pomeriggio.

Sull’ascensore cercai il tasto giusto.

E vidi solo un 12b al posto del 13.

Sulle prime pensai di avere sbagliato palazzo, ma da quel giorno non trovai più lo studio dell’avvocato.

E neppure Angelina.

(Horror Time 3, Eligio Editore, novembre 2013)

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