cos’è che non mi piace in questo baraccone?

Quando, nel lontanissimissimo 1999, stavo preparando con il mio amico Mauro un libro mezzo pop e mezzo no sugli anni Ottanta, si decise di intervistare Claudio Cecchetto. Non poteva e non doveva mancare all’appello. Nella sede milanese di viale Tibaldi con un gigantesco Keith Haring nella sala riunioni, la conversazione si esaurì in tre battute.

“Ma dovrei raccontare tutto?” Claudio.

“Eh, sì.” Noi.

“No, grazie, mi hanno già dato fuoco alla radio con la benzina. Va bene così.”

Un aneddoto personale che potrebbe spingere a un generale e giustificato macchissenesbatte (o a un romano ‘sticazzi, ormai sdoganato dappertutto in chiave hip), se non fosse per un punto: gli Ottanta piacciono (di nuovo), sembrano tirare, e allora perché non TANTI libri in tema scritti da chi li ha visti di sfuggita e per una generazione che prova nostalgia  per qualcosa che non ha mai vissuto? Perché non trasformarli in un brand innocuo, simpaticamente cazzaro, molto di ridere, per bimbiminkia che mai e poi mai vorrebbero sentirsi definire così?

Eccola qui in un bel pacchetto con tanto di marchio:  l’idea, la mitopoiesi (‘mazza) di uno  spensierato decennio di fresconi che si divertivano ascoltando Tracy Spencer e più tardi un giovane Jovanotti con ancora tutti i capelli al suo posto, che cacciavano soldi per Burlington e Timberland, che adoravano Ronald Reagan e si accollavano fetecchie tipo I Goonies (che è e resta una sottoproduzione miserella dello Spielberg meno illuminato, ormai rivalutata a colpi di lollone, OMG! e altri simpatici passepartout da web).

A chi vuole far passare questo decennio come tutto (e solo) questo, come un’entità bizzarra da spernacchiare con ironia piaciona stile  nerd 2.0, consiglio di sbirciare su YouTube un paio di telegiornali del periodo. Di pensare a Tchernobyl (no, non è una versione originale limitata del cubo di Rubik su cui sbavare a Lucca Comics & Games) e di considerare la risposta di Claudio Cecchetto. Potrà non piacervi il personaggio (io a suo modo lo trovo un genio, però si sa che sono pazzo) ma è emblematica: “No, grazie, mi hanno già dato fuoco alla radio”.

Dimenticavo: Mauro e io non finimmo mai il libro, restituendo onestamente  l’anticipo all’editore con parecchie interviste già in saccoccia. Va bene il kitsch, il pop, il camp, ci stanno Fiorucci, Tarzan Boy, El Charro, Nick Kershaw, Top Gun e il Commodore 64, è vero che tra la verità e la leggenda si stampa quasi  sempre la seconda, ma sapevamo che gli Ottanta mordono. A sangue. E le cicatrici sarebbero rimaste a lungo, non solo su di noi.

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