il futuro è così brillante che devo indossare gli occhiali da sole

Un paio di settimane fa parlavo con un responsabile editoriale di xyz (scusate, ma la parola editor ogni tanto mi va ancora per traverso).

“Sai”, fa lui spaziando con la mano su una piccola pila di dattiloscritti. “Poi adesso mi arrivano tutti i romanzi o i racconti dei giovani autori italiani che sembrano la canzone di quel gruppo…”

“Un gruppo?”

“Sì, quel gruppo, lo sai quale.”

Scuoto la testa. Non possiedo sfere magiche.

“Beh, insomma, sono romanzi sui precari, sul lavoro che non c’è o viene sottopagato, su gente che va all’estero per trovare un posto, sulla sensazione di catastrofe incombente, sulla mancanza totale di futuro e di prospettive… Eccetera eccetera. Per carità, ma dopo un po’, due palle. Ombelicali. Intimisti.”

Sposto lo sguardo sulle finestre, lassù in alto. Il sole di marzo quasi non arriva. “E va bene. Ma non ho capito la faccenda del gruppo.”

“Ma sì, il gruppo che canta di ‘ste cose… le Luci?” Sbuffa. “Mi pare.”

“Le Luci.”

“Sì, forse.”

Faccio due più due . Mi viene in mente. “Vasco Brondi?”

“No, che c’entra il Vasco.”

“No, non Vasco Rossi. Brondi.”

“Ma se è un gruppo.”

“Sì, però… Comunque, Le luci della centrale elettrica.”

“Ecco, quelli. Uno ha fatto iniziare un romanzo con la citazione di un loro pezzo. Li ho ascoltati su YouTube. Eh, per carità, ma dopo un po’…”

“Due palle.”

“Tremende. Però la ragazza che balla nel video…”

Fisso le finestre, il sole non si vede e mi chiedo se il mio quasi-coetaneo, quarant’anni e spiccioli e vite ai poli opposti di qualsiasi universo, si sia mai guardato attorno. Se abbia fatto il giro di qualsiasi centro cittadino. Magari vive sempre lì, dove marzo tarda ad arrivare. Magari è sicuro che la “sensazione di catastrofe incombente” si trovi solo nei dattiloscritti “ombelicali e intimisti” e non non nei romanzi “fantastici” (sua definizione, come le altre) che gli arrivano spesso, apocalissi e mondi alternativi e distopie e ucronie in primo luogo, e che rifila sollevato a un lettore esterno. Vorrei chiedergli questo e di più, magari confessargli che le famose Luci non piacciono tanto neppure a me  ma che non è quello il punto. Poi sollevo di nuovo lo sguardo, vedo solo il pulviscolo delle piccole cellule che si staccano dai nostri corpi, e invece faccio:

“E’ vero che qui vicino si mangia bene?”

Di fronte a quella sicurezza, lo vedo risplendere.

Forse per lui le vere luci sono quelle.

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