piccole riflessioni su un piccolo romanzo e i libri allo scalogno

Quando lavoravo come editor per una nota casa editrice, e ci ho lavorato parecchio in tutte le sue possibili declinazioni, ho scelto molti libri. Alcuni li ho amati e difesi più di altri. Uno di questi era un romanzo per ragazzi (young adult, se volete) che era stato pubblicato negli Stati Uniti dalla costola di un grande canale televisivo per teenager e aveva conosciuto un modesto successo di culto. Come altri romanzi, l’ho preso, l’ho curato, l’ho coccolato, ho fatto in modo che venisse proposto ai lettori italiani e sopravvivesse ai marosi e alle sfighe di ogni casa editrice che si rispetti, e poi ho dovuto abbandonarlo al proprio destino quando proprio da quella casa editrice mi sono allontanato per una serie di motivi. Nel frattempo, il romanzetto ha continuato a vendere decorosamente e, quando questo febbraio è uscito il film che ne è stato tratto, è salito ai primi posti delle classifiche per la felicità dell’editore e del suo fatturato (NB: la magia della trasposizione cinematografica, in termini di successo, non succede sempre: stavolta è capitato).
Perché questo discorsetto? Perché spesso si è rapidi a mettere testi fuori catalogo (per poi mangiarsi le mani) e a rincorrere/commissionare successi con libroidi (scusate il termine, non mio, ma non trovo di meglio) che vendono egregiamente… per poi finire nei remainders dopo un anno al massimo. Perché penso che forse sarebbe meglio fidarsi di chi i libri li sceglie, li ama, li difende, li cura e li coccola e li propone al pubblico di lettori che solitamente percepisce il cuore che ci sta dietro (attenzione: non sto parlando necessariamente di me). Perché partendo da questo, e solo da questo, ci sarà una vera speranza per l’editoria, in qualsivoglia forma, cartaceo o digitale e a lungo o breve termine, e senza questo non ci sarà mai marketing che tenga. Perché, credetemi e qui finisco, con lo scalogno o i fantasy culinari non si è mai sentito figo proprio nessuno.

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