fammi vedere se sanguini

Fammi vedere se sanguini. Dai, fammelo vedere. Non ti sto costringendo a farti del male e forse non te lo farei io. Ti sarai sbucciato un ginocchio, una volta o l’altra. Dai, forza, o non mi fido. Io ho sanguinato da mille posti diversi. Anche dallo stomaco, pensa un po’. Non è stato bello. Succede anche alla mia amica Simona per colpa di una malattia di merda, non dallo stomaco ma siamo lì, e quando me lo racconta prego che arrivi l’estate. Perché d’estate lei sta bene, oh, sta benissimo, oppure non gliene frega nulla tanto ci sono il caldo e il sole e il suo mare e la sua spiaggia e “adesso potrei anche morire”.

Allora, sanguini o no? E quando succede hai paura? Ti dà fastidio il colore rosso? Guarda che è roba tua. Lo nascondi dentro a un fazzoletto, lo sputi per terra?

Ti fanno schifo le malattie, come quella di Simona? Ne sei spaventato? Non voglio ferirti o impressionarti. Mi basta vedere una goccia dal naso o da un dito. Se non sai sanguinare sei di plastica, la stessa del tuo cellulare. Sei un pixel del tuo portatile. E io non so che cosa farmene di te.

 


cos’è che non mi piace in questo baraccone?

Quando, nel lontanissimissimo 1999, stavo preparando con il mio amico Mauro un libro mezzo pop e mezzo no sugli anni Ottanta, si decise di intervistare Claudio Cecchetto. Non poteva e non doveva mancare all’appello. Nella sede milanese di viale Tibaldi con un gigantesco Keith Haring nella sala riunioni, la conversazione si esaurì in tre battute.

“Ma dovrei raccontare tutto?” Claudio.

“Eh, sì.” Noi.

“No, grazie, mi hanno già dato fuoco alla radio con la benzina. Va bene così.”

Un aneddoto personale che potrebbe spingere a un generale e giustificato macchissenesbatte (o a un romano ‘sticazzi, ormai sdoganato dappertutto in chiave hip), se non fosse per un punto: gli Ottanta piacciono (di nuovo), sembrano tirare, e allora perché non TANTI libri in tema scritti da chi li ha visti di sfuggita e per una generazione che prova nostalgia  per qualcosa che non ha mai vissuto? Perché non trasformarli in un brand innocuo, simpaticamente cazzaro, molto di ridere, per bimbiminkia che mai e poi mai vorrebbero sentirsi definire così?

Eccola qui in un bel pacchetto con tanto di marchio:  l’idea, la mitopoiesi (‘mazza) di uno  spensierato decennio di fresconi che si divertivano ascoltando Tracy Spencer e più tardi un giovane Jovanotti con ancora tutti i capelli al suo posto, che cacciavano soldi per Burlington e Timberland, che adoravano Ronald Reagan e si accollavano fetecchie tipo I Goonies (che è e resta una sottoproduzione miserella dello Spielberg meno illuminato, ormai rivalutata a colpi di lollone, OMG! e altri simpatici passepartout da web).

A chi vuole far passare questo decennio come tutto (e solo) questo, come un’entità bizzarra da spernacchiare con ironia piaciona stile  nerd 2.0, consiglio di sbirciare su YouTube un paio di telegiornali del periodo. Di pensare a Tchernobyl (no, non è una versione originale limitata del cubo di Rubik su cui sbavare a Lucca Comics & Games) e di considerare la risposta di Claudio Cecchetto. Potrà non piacervi il personaggio (io a suo modo lo trovo un genio, però si sa che sono pazzo) ma è emblematica: “No, grazie, mi hanno già dato fuoco alla radio”.

Dimenticavo: Mauro e io non finimmo mai il libro, restituendo onestamente  l’anticipo all’editore con parecchie interviste già in saccoccia. Va bene il kitsch, il pop, il camp, ci stanno Fiorucci, Tarzan Boy, El Charro, Nick Kershaw, Top Gun e il Commodore 64, è vero che tra la verità e la leggenda si stampa quasi  sempre la seconda, ma sapevamo che gli Ottanta mordono. A sangue. E le cicatrici sarebbero rimaste a lungo, non solo su di noi.

il futuro è così brillante che devo indossare gli occhiali da sole

Un paio di settimane fa parlavo con un responsabile editoriale di xyz (scusate, ma la parola editor ogni tanto mi va ancora per traverso).

“Sai”, fa lui spaziando con la mano su una piccola pila di dattiloscritti. “Poi adesso mi arrivano tutti i romanzi o i racconti dei giovani autori italiani che sembrano la canzone di quel gruppo…”

“Un gruppo?”

“Sì, quel gruppo, lo sai quale.”

Scuoto la testa. Non possiedo sfere magiche.

“Beh, insomma, sono romanzi sui precari, sul lavoro che non c’è o viene sottopagato, su gente che va all’estero per trovare un posto, sulla sensazione di catastrofe incombente, sulla mancanza totale di futuro e di prospettive… Eccetera eccetera. Per carità, ma dopo un po’, due palle. Ombelicali. Intimisti.”

Sposto lo sguardo sulle finestre, lassù in alto. Il sole di marzo quasi non arriva. “E va bene. Ma non ho capito la faccenda del gruppo.”

“Ma sì, il gruppo che canta di ‘ste cose… le Luci?” Sbuffa. “Mi pare.”

“Le Luci.”

“Sì, forse.”

Faccio due più due . Mi viene in mente. “Vasco Brondi?”

“No, che c’entra il Vasco.”

“No, non Vasco Rossi. Brondi.”

“Ma se è un gruppo.”

“Sì, però… Comunque, Le luci della centrale elettrica.”

“Ecco, quelli. Uno ha fatto iniziare un romanzo con la citazione di un loro pezzo. Li ho ascoltati su YouTube. Eh, per carità, ma dopo un po’…”

“Due palle.”

“Tremende. Però la ragazza che balla nel video…”

Fisso le finestre, il sole non si vede e mi chiedo se il mio quasi-coetaneo, quarant’anni e spiccioli e vite ai poli opposti di qualsiasi universo, si sia mai guardato attorno. Se abbia fatto il giro di qualsiasi centro cittadino. Magari vive sempre lì, dove marzo tarda ad arrivare. Magari è sicuro che la “sensazione di catastrofe incombente” si trovi solo nei dattiloscritti “ombelicali e intimisti” e non non nei romanzi “fantastici” (sua definizione, come le altre) che gli arrivano spesso, apocalissi e mondi alternativi e distopie e ucronie in primo luogo, e che rifila sollevato a un lettore esterno. Vorrei chiedergli questo e di più, magari confessargli che le famose Luci non piacciono tanto neppure a me  ma che non è quello il punto. Poi sollevo di nuovo lo sguardo, vedo solo il pulviscolo delle piccole cellule che si staccano dai nostri corpi, e invece faccio:

“E’ vero che qui vicino si mangia bene?”

Di fronte a quella sicurezza, lo vedo risplendere.

Forse per lui le vere luci sono quelle.

regole per sopravvivere a una primavera

Non parlatemi su una bacheca che scorre della battuta sentita da un amico su persone che non dovrebbero nemmeno esistere. Non parlatemi dei vostri libri che producete al ritmo di uno al secondo: voi non siete lì dentro, quasi mai. Non parlatemi di un comico d’avanspettacolo che attira illusi e sconfitti. Non parlatemi di chi viene scelto a rappresentare un dio che non è il mio. Non parlatemi di chi ha ragione e di chi ha torto. Non parlatemi delle idee per un nuovo mondo elettronico da vendere al migliore offerente. Parlatemi del vostro risveglio improvviso alle tre del mattino. Parlatemi del lupo che bussa alla porta di casa. Parlatemi dell’unica lucciola sopravvissuta. Parlatemi di quando crollate e sanguinate. Parlatemi di quel pensiero che vi fa sentire speciali. Parlatemi della morte di cui nessuno parla mai. Parlatemi del cielo che si apre sopra di voi e per un attimo, solo un attimo, vi sentite sereni. Parlatemi di che cosa desiderate quando ancora riuscite a farlo. Parlatemi del cartello che metterete davanti ai vostri cancelli virtuali o reali: no, questo no, grazie, c’è scritto sopra, no, questo no, grazie, e magari attenti al cane e il cane siete voi. Parlatemi delle armi che impugnerete. Parlatemi dei fantasmi che diventerete un giorno, luccicando al buio (saremo bellissimi). Parlatemi di quando fischiettate i Nirvana o i Kiss o quel pezzo scemo di J-Ax alla radio (madonna, quanto è scemo, però, perché no?). Parlatemi, scrivetemi, mandatemi un messaggio che non sembri la pubblicità di un assorbente, di un preservativo, di un biscotto al cacao. Parlatemi di qualcosa a cui tenete, che sia vero o meno; che sia vero o meno, non importa. Assicuratemi che non siete un gadget.
Tra la realtà e la fantasia, io scelgo la terza.
Tra la realtà e la fantasia, io scelgo la terza.