ma peter murphy sogna pecore elettriche?

Immagina che non sia più un mio sogno delle tre del mattino come quello che ti ho raccontato l’altro giorno. Immagina che sia tutto vero. Immagina che io trovi sul serio un vecchio quarantacinque giri dei Bauhaus tra i miei vinili e che andiamo in un negozio dell’usato e che il proprietario ci offra un milione di euro in banconote da dieci in una sacca per mazze da golf. Immagina che accetti. Immagina che usciamo, risaliamo sulla mia Megane spetazzosa e discutiamo che cosa farne, di quei soldi. Tu ti accendi una sigaretta, io te la sfilo dalle labbra (e dove l’appoggio, adesso che non è più un sogno?) e ti do un bacio leggero. Ti avverto che nella realtà di sicuro un bacio non basterebbe. E poi ci sarebbe parecchio di cui discutere. Un viaggio intorno al mondo sarebbe banale. Ma partire e perdersi insieme? Potrebbe essere un’idea. Bastano un mare caldo (a te) e qualche bosco (a me). Poi il resto forse verrebbe naturale.
Il problema di ispirarsi ai sogni è che bisogna allungarli. Invece mi fermo qui perché, in fondo, che ne sappiamo? E poi sei tu, quando te ne ho parlato, che mi hai detto che sembrava un racconto (altrimenti non l’avrei mai usato: i sogni sono segreti e, sì, sono desideri racchiusi in fondo al cuor eccetera eccetera).  Eccolo qui, il racconto. Lo so, è corto. Forse il resto lo sognerò e il cerchio si chiuderà o l’anello diventerà perfetto (o quasi) e  ci sarà altro da dire.