almanacchi americani, 2

Dopo Francesca Lia Block, per i nostri percorsi nel fantastico a stelle e strisce,  Christopher Barzak. Il suo La voce segreta dei corvi (Elliot) è un profondo, coinvolgente, toccante –ebbene sì-  romanzo di formazione travestito da storia di fantasmi (o il contrario, non importa). The Love We Share Without Knowing, ancora inedito in Italia, lo ha fatto paragonare più volte a Murakami Haruki (non a torto) e rappresenta una prova in più che i confini tra (buona) letteratura e (buon) genere non hanno probabilmente nessuna ragione di esistere (come probabilmente non ha senso parlare di slipstream o interstitial fiction o simili). Autore di numerosi racconti pubblicati in riviste e antologie a partire dal 1999, attualmente alle prese con ben due romanzi in dirittura di arrivo, Christopher insegna scrittura creativa in Ohio. Con lui abbiamo parlato di fantasmi, di ricordi, di mode, di scrittura, di altro.  Come spesso accade qui, a blog unificati con Lara Manni.

“Lo ammetto: adoro le storie di fantasmi. Le amavo da ragazzino e le amo ancora adesso. Sono in grado di insegnarci davvero molto sulle nostre stesse vite, perché un fantasma è lo spirito di un essere umano che non può o non vuole sparire, e sempre per una ragione più che valida. I fantasmi, con la loro sola presenza, ci aiutano a capire il motivo dei nostri rimpianti, dei  ricordi che troviamo insormontabili e terribili e non possiamo superare; ci costringono a esplorare la paura della morte, rammentandoci allo stesso tempo che un giorno non ci saremo più. Secondo me non sono sciocchezze, tutt’altro, e a me piace trattare simili temi… scrivendo storie di fantasmi, per l’appunto.

Trovo fantastiche anche tutte le variazioni sul tema: c’è il fantasma che desidera vendicarsi di un torto subito, quello che vorrebbe solo riposare in pace, quello con un preciso messaggio da recapitare a chicchessia, quello che non è capace di separarsi dagli antichi affetti, quello con una storia segreta persa nel tempo e che pretende giustamente di essere ascoltato, almeno dopo la morte. Quello che pensa solo a uccidere chiunque gli capiti a tiro, quello che si limita a esistere in una sorta di limbo, e anche quello che non capisce, o non riesce a fare capire, che cosa gli manchi per trovare la serenità perduta.

I fantasmi sono le fondamenta dei luoghi che abitiamo. Il classico spettro in genere infesta una casa o qualsiasi posto in cui sia morto o sia stato sepolto. I fantasmi più moderni, naturalmente, sono una manifestazione, quasi un’appendice della tecnologia. Escono dallo schermo cinematografico mentre gli spettatori assistono alla proiezione di un film. O magari dalla televisione, da una videocassetta, come in Ringu. O dai cellulari. Oppure da altri oggetti, dai libri o persino dai violini, come in un bel racconto della mia amica Kelly LinkIl fantasma di Louise (in Italia in Ne succedono anche di più strane, Donzelli). Sono il simbolo perfetto del mistero della vita e della morte, e per questo sono ovunque, soprattutto nelle nostre esistenze. Per me sono figure potentissime, come scrittore e come lettore.

E, sì, almeno in America adesso si dice che i fantasmi rappresenteranno la prossima tendenza del fantastico; come quasi sempre accade, se l’editoria e i media così vorranno, così sarà. E probabilmente la gente andrà loro dietro. Però io non sono bravo a seguire le mode. Per scrivere non mi baso su ciò che è popolare in un dato momento; in genere mi spinge sempre qualcosa di profondamente personale, di fortemente intimo.

In ogni caso, chi davvero non ha almeno un fantasma? Pure chi non crede in loro in realtà ne è circondato, fin da bambino, anche se il più delle volte sono soltanto i ricordi consumati dei nostri cari che non ci sono più. E non c’entra il soprannaturale: vecchie memorie possono acquisire vita propria e diventare reali. Quando uno non riesce a liberarsene, è convinto di esserne braccato, anche se in realtà è pressoché il contrario.”

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