il sole non mi bacia

Nella villa davanti alla nostra, che pare avvicinarsi di mese in mese spinta da scheletri di betoniere, una finestra è più luminosa delle altre. Non sempre, ma abbastanza spesso da notarlo entrambi, da rimanere a guardare la luce filtrata da  tende di plastica sottili come cellophane. Abbastanza a lungo da far cantare Diana Est due o tre volte di seguito sul piatto della fonovaligia.

Il sole non mi bacia, ma la luna abita davanti a casa mia

Appena Odette la legge, ride e bisbiglia che ci siamo incontrati così, con la luna.

slaim & chupa chups

Non ascoltiamo la radio, non guardiamo programmi televisivi, non leggiamo quotidiani.

Io posso lavorare in casa, Odette l’abbandona giusto per la sala. Il personal con il collegamento in rete ci serve solo per ordinare il superfluo necessario

La lista della spesa:

  1. Chupa Chups al gusto di caipirina o caffelatte
  2. Fumetti underground, Robert Crumb e Dan Clowes
  3. Romanzi noir, Charles Willeford e Jim Thompson
  4. Francesca Lia Block per Odette
  5. Cd, o meglio lp in vinile, Social Distortion e Ramones e Cheap Trick
  6. Cure e Siouxsie e Sisters of Mercy e Switchblade Symphony e Christian Death e compilation new wave: ancora per Odette, soprattutto

E le Crystal Ball e i barattoli di Slaim con i vermi e il Pongo Matto e tutto ciò che qui non si trova più o mai si è trovato, ma in un’altra parte del mondo, sì, in un’altra fetta d’universo, sì, eccome. Recapitato a domicilio senza viaggiare, che tanto non serve e spaventa, adesso parecchio più di un tempo. Meglio che il resto dei paesi conosciuti e sconosciuti venga a noi, come ad abitanti di un’antica minuscola città di mare, fermi davanti al porto in attesa di barche e di altro.

fever

Ho la febbre. Odio dormire. Arrivano il sogno e i numeri.

Sono un grande quattro e brillo sul nero della lavagna. Un cinque rolla come un tir e mi schiaccia.

Sono un sei obeso e il sette mi sotterra.

Quando cresco in un nove magro e secco, il dieci è un colosso che spezza, me e il buio e il resto.

Ho le braccia pesanti e molli e sudo e sono a pezzi. Odette arriva stanca dalla sala di registrazione e si stringe a me. La febbre scende in picchiata; lei si ammorbidisce, i muscoli liberi dalla tensione. Davvero siamo i nostri anticorpi, sussurro.

Odette mi accarezza la fronte e fissa la Lava Lamp, le pesanti gocce di olio a galleggiare in un brodo giallo, a scaldarsi e raffreddarsi, a salire e scendere.

A volte mi sento così, dice.

La guardo.

Così, continua. Plop plop plop. P-l-o-p.

we don’t owe you anything

Fuori piove, ma non per sempre.

Sento l’acqua ghiacciarmi la pelle e penetrarmi chimica nelle vene, gelida e lattiginosa di mille scarti di cento lavorazioni industriali.

Mi dimeno sotto elettroshock e nel cervello ho I Just Can’t Get Enough, mentre Odette non mi raggiunge sul terrazzo perché ha freddo, ma un lungo brivido vale una vita passata al sole. Pagherò per questo, anche poco,  niente; non è per sentirsi vivi, ma giusto per sfidare

– denti a mordere il labbro inferiore, sapore di vecchio ferro, gambe che ancora reggono –

quelli a cui non dobbiamo nulla.