in fondo il resto non importa

Quando quell’uomo ti crolla addosso, colpito con l’elmetto che cade, quell’uomo che altri al di là del filo spinato chiamavano professore, il signor professore, in fondo non te ne importa niente. Ti rannicchi, rotule contro le costole, mani a cingere gli stinchi e un peso a schiacciare come un cielo caduto in testa. Dopo vieni portato via e vieni curato e vieni bendato con attenzione. La testa continua a farti male, il signor professore rotola tra un albero e una buca nel fango. Gli altri ti dicono che sei stato fortunato e che quell’uomo ti ha fatto da scudo, senza volerlo ti ha protetto, ti ha affidato la sua anima, e chissà perché ci credi subito. Ti lasciano andare quando svanisce il filo spinato e svaniscono le trincee e le città si riempiono di gente che festeggia. Le attraversi e cammini, non sai per quanto. Ti riposi sopra una lastra di marmo in mezzo alle croci e dopo vieni portato di nuovo via. Sei chiamato ladro, ti gridano pazzo, ti gridano iena e non rispondi. Una camicia che ti stringe forte da dietro e mura di mattoni bianchi e la penombra sono solo per te. Ti svegli una mattina uguale ad altre mattine ma il sole splende e due uomini ti abbracciano e ti chiamano professore, il signor professore, e finalmente l’abbiamo trovata, e sua moglie sarà felice, felicissima. In fondo il resto non importa, basta solo che succeda e, sì, anche da qui ti lasciano andare e vieni portato in una casa dove ti abbraccia una donna e le parli e capisci, sì, che qui puoi restare, chissà perché ci credi subito. La prima notte che dormi con lei stai rannicchiato, rotule contro le costole,  la testa sopra il suo ventre e un cielo che non ti schiaccia e stai bene, si sta davvero bene, perché non occupi il posto di nessuno e lei te lo fa capire. Dopo ci sono tante foto sui giornali e aule folte di gente e le piazze piene come prima, come quando il filo spinato è svanito, e un’altra donna che ti piace di meno e ti chiama marito e neanche piange per te, non come quella che ti offre il suo ventre,  notte dopo notte, non sai per quanto ma speri per sempre. E non vuoi che ti lascino andare, non stavolta, e non  lo fanno. Resti qui dove molti ti guardano storto ma in fondo non te ne importa niente, giochi con i figli che prima forse non hai avuto, a chi ti urla che sei un impostore, un bigamo, un bugiardo non dici nulla e abbassi gli occhi oppure rispondi (quando il sole splende e ti senti coraggioso, dopo essere rimasto chiuso tra la penombra di mattoni bianchi non sai per quanto) di lasciar correre, di lasciar perdere. Dopo andate via, tutti, anche la donna con il ventre che negli ultimi tempi è spesso pieno e sembra un frutto, ma va bene, si va in un posto più caldo dove non ci sono giornali e aule e piazze con gente che ti guarda male. Continui a dormire, con quella donna, il suo ventre cambia solo quando deve cambiare, si alza e si abbassa ma ti accoglie sempre.

Ti lasciano andare per l’ultima volta, accompagnandoti in lunga fila, e quando sei sotto una croce e sotto la lastra di marmo, ti dici che in fondo hai sentito il cuore  battere una sola volta, hai amato una sola volta, sei stato amato una sola volta, e per un’ultima volta ti rannicchi, rotule contro le costole, e sogni che la tua vita è stata questa, che in fondo il resto non importa, che potranno fare a pezzi il tuo corpo e leggere mille carte e scrivere mille libri per trovare una qualsiasi verità o per cancellare mille bugie, ma non riusciranno a toglierti nulla come tu in fondo nulla hai rubato, e questa ultima memoria di uno smemorato, questa ultima smemoria ti permette di riposare, tranquillo, qui.

(racconto per TorinoSette/La Stampa ispirato al caso Bruneri/Canella, 2005)

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