pietro non piange

Non ho mai considerato i cimiteri. Mi è più facile capire un supermercato o un autogrill.

Il portantino se ne è andato. Qualcuno ha colmato la fossa. Pietro ha gettato una rosa di seta in mezzo alla terra. Questa almeno i vermi faticheranno a mangiarla, il  commento.

Oltre a noi due, corvi malati tra gli alberi. Siamo soli. Rimpiango gli scatoloni di penne da montare che mi aspettano a casa.

Pietro non riesce a piangere. E’ una malattia ereditata dal  padre. Ogni giorno deve prendere mezza pastiglia di cortisone. Per questo ha la faccia gonfia. Ogni tanto deve andare da un medico o da un altro per farsi sturare i canali lacrimali. Gli infilano un ferro nel bordo dell’occhio e vanno su e giù.

Il male non importa, mi disse una volta. Sai cos’è:  sembra ti raschino via i pensieri.

Conosceva Lucia da poco. Lucia  non era il suo vero nome. L’aveva incontrata lungo il ruscello e avevano cominciato a parlare. Dopo un po’ si era trasferita da lui.

Sorrideva spesso. Le piacevano i fiori. Qualsiasi fiore.

Lucia non stava bene. Tempo sei mesi e finì in ospedale. Fino all’ultimo non riuscirono a capire che cosa avesse. Quelle come lei non durano a lungo, sussurrò il primario durante una visita. Pietro rimase zitto per qualche secondo e poi gli spaccò in testa la boccia della flebo.

Dovetti convincerlo io a non sporgere denuncia. Se ne andò con gli occhi al cielo e agitando le mani. Macchie rosse sul camice bianco, puttana puttana puttana sulle labbra.

Il lunedì dopo si sarebbe trovato l’Audi bruciata sotto casa. Poca benzina può fare molto.

Nel grande ospedale, in una camera a sei letti, Pietro pianse per la prima volta.  Continuò finché Lucia non smise di respirare tra i denti. Non provarono neppure a rianimarla.

Ora che poteva piangere, non sapeva per chi e perché farlo. Prese a ripetermelo per una settimana intera. Poi mi chiese un favore.

Pietro e io non siamo esattamente amici, ma Lucia l’ho conosciuta. Bel sorriso, davvero. Perfino quand’era nel letto del grande ospedale.

Lui si volta e mi dice: adesso.

Sicuro?, gli chiedo.

Certo. Una lacrima cola lenta. Certo.

La calza coi pallini di piombo lo prende in mezzo alla nuca. Cade. Colpisce di lato la croce  bassa. Un tremito e poi rimane immobile.

Nessuno ha visto. Mi ficco in tasca la calza, pesante, umida. Mi allontano. Lo troveranno domani.

Pietro non ha mai versato lacrime per nessuno. Adesso che poteva farlo, non voleva sprecarle per  questa o quell’altra idiozia. Un film in tv. Un tramonto.  Non dopo Lucia.

Non dopo Lucia:  la voce di Pietro, le sue spiegazioni. Che non facevano una grinza. Non per me, almeno.

Esco dal cancello principale e cerco un supermercato. Un’insegna brilla lontana. I corvi zoppicano tutt’intorno. Ho bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa.

(racconto inedito, 2001)

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