pelle sottile

A Grazia e Renato:

“no such thing as gravity…”

Pelle si sveglia e già questo è difficile. Ha male dappertutto. La scorsa notte con Nino non è andata così bene. Non è tanto furbo vedere chi cade meglio dallo skateboard. Pelle lo fissa, lo skate, ai piedi del letto, gli autoadesivi incollati sopra. Una mano con una bocca che si apre sul palmo le sorride. Lei non ricambia. Lo prende, si veste, a casa non c’è nessuno. In tre stanze è facile accorgersene. Scende le scale ed è in via Po. Tempo delle prossime olimpiadi invernali e il suo palazzo verrà  sezionato in una serie di monolocali per giornalisti in trasferta e universitari senza problemi. Non lo sa o fa finta di non saperlo. Sale sullo skate e spinge. Oggi non è giorno da scuola. Oggi dalla piazza non si vede neanche la Gran Madre. Oggi c’è la nebbia e quando le ruote toccano il marciapiede le sembra di galleggiare. Novembre e foglie morte.

Si ferma a fare colazione in un bar vicino a una farmacia. Ha cambiato mille proprietari e nessuno la conosce e le va bene. Nessuno le chiede di sua madre (al mare con un fidanzato), di suo padre (al lavoro in pelletteria), di suo fratello (meglio così). Beve un cappuccino con tanta schiuma, tiepido. Sbattuto davanti. Fosse entrata all’Elena avrebbe trovato una cameriera gentile. O forse sono carini e cortesi e comprensivi con i clienti abituali e i loro ascot, pacche sulle spalle e tante domande. Troppe in ogni caso. Pelle si accorge di sentire freddo e alza il cappuccio della felpa. E’ di  Nino, enorme, ma non si arrabbia se è lei a metterla. Fiamme rossoblu sulle maniche grigie rimboccate. Risale sulla tavola ma fa più attenzione, verso piazza Castello i vigili non sanno come passare il tempo, anche se sono le sette di mattina. O ti multano o attaccano bottone. La seconda è peggio. La tracolla è pesante, le rimbalza sul seno che non ha, ma alcuni sguardi si posano lì, forse nella speranza di vedere quello che non c’è.

Pelle gira in tondo davanti al Regio, non sa come mettere l’asse di traverso sul marciapiede e neppure i nomi delle posizioni, delle tecniche. Lei sa andare avanti e basta, spingersi con il piede. E’ Nino quello bravo. Attraversa la strada con lo skate in mano perché sui sampietrini rischia di scivolare. Il semaforo rosso la mette in agitazione, la blocca ma dura poco, questione di un attimo.

I negozi sbarrati. Universitari di Palazzo Nuovo arrancano lungo la via. Pelle non vuole diventare come loro. Forse finita la scuola farà qualcosa, forse scapperà vicino vicino, forse viaggerà lontano lontano. Non come loro, però, le ragazze con i pantaloni a vita bassa e i saffi con i lustrini e i maglioni multicolori sformati, i ragazzi con i calzoni a strascicare a terra e brutte giacche a coste verde marcio. Molti hanno il pizzo, molte una pallina appena sopra la narice, tutti lo sguardo annoiato. Pelle si controlla i pantaloni neri a sigaretta strappati sulle ginocchia. Una caccola di metallo, la pallina, pensa. Sfiora l’anello al labbro inferiore, sottile. Si è fatta bucare insieme a Nino nel laboratorio di Moncalieri, per lui una barretta più spessa. L’aveva accompagnata in moto. La tracolla ballonzola e deve sbrigarsi.

Il negozio degli skater è chiuso, come previsto, tanto lui non l’avrebbe mai aspettata lì. Molto da cabinotti. Lei non sapeva che cosa fossero e Nino gliel’aveva spiegato, cabinotti dalla cabina telefonica dove i fighetti si danno appuntamento, in collina verso viale Tovez. Chissà se c’è ancora. Chissà se si può buttare giù con una ruspa.

Quasi all’angolo con via Garibaldi, le fontanelle secche per la brutta stagione. A luglio è bello passare in mezzo agli zampilli, attraversare l’arcobaleno. Dentro un blocco di ghiaccio, in realtà di plastica, ma che adesso va d’accordo con il freddo, l’orologio per il conto alla rovescia delle olimpiadi invernali del duemila-e-passa. Lo osserva, come al solito è indietro, le piace perché è protetto da un guscio lucente che non fa uscire ed entrare nulla. Ogni tanto vorrebbe sentirsi così ma lei è Pelle, diminutivo del suo cognome (Pellerano, che si chiami Alice importa a pochi), pelle sottile, e  si tocca le gamba con insistenza e si fa male. Un pizzicotto come per uscire da un sogno ma non ha nessuna intenzione di svegliarsi.

Quando di notte va in skate, Nino continua a ripeterle che vorrebbe avere vicino a sé l’orologio delle olimpiadi. Il tempo qui non passa mai, le confessa. E  a lui non sembra di ghiaccio, ma di ambra con dentro un insetto, un fossile. Pelle lo chiama scemo e scivola giù dalla tavola e ogni volta lui la risolleva e alla fine lei cade dal letto e si guarda attorno ed è mattina ha davvero i lividi. E Nino è scomparso.

Pelle si avvicina all’orologio. Nino ha lasciato in camera da letto, nella loro camera, il suo skate, quello vecchio con l’autoadesivo della mano, quello che adesso usa lei (prima non ci andava, aveva paura). Nino ne ha uno nuovissimo che brilla, anche se può sembrare una cretinata, Pelle fa una smorfia, ma brilla davvero più di una stella. Nella stanza pure una cartellina con gli esami delle Molinette di mesi prima, valori e tassi e scarabocchi di medici. Una foto di Lala, che alle Molinette continua ad andare anche senza Nino, ogni tanto trasloca all’Amedeo di Savoia, all’infettivologico, dove aspetta con altri sotto una tettoia ondulata che le facciano il conteggio di questo e di quello (un giorno Pelle l’ha accompagnata e si è odiata quando si è sentita fuori posto a fissare le facce pallide).  E in un cassetto le foto di Nino, tante scattate quando era magrissimo e  aveva gli occhi da panda, come diceva lui, non gliene importava niente o faceva finta che.

Pelle svuota la tracolla e posa i pacchetti squadrati attorno alla base dell’orologio. Hanno paura degli attentati, ma non vede vigili, neanche uno a scocciarla, forse si sono smarriti nella nebbia o è ancora troppo presto e bevono al Patria chiacchierando assonnati. Un vecchio in bicicletta con dinamo sulla ruota e faro in mezzo al manubrio canta una canzone in piemontese ma lei non capisce,  lei è di qui ma non è di qui. Da piccoli in una vecchia città sul mare e gli scogli, i posti più vicini erano San Severo e San Menaio, la memoria aiutata da un disegnatore che è nato lì, un disegnatore di fumetti che lei e Nino adorano. Pelle si scrolla, un brivido ma non di freddo. Non può continuare a pensare e ripensare, anche se da un po’ di tempo lo fa sempre, dentro la testa come un ronzio. Bisogna darsi da fare, veloci. Sfila un accendino dal tascone sul davanti, lo abbassa, allontana la mano dalle scintille, sferra un calcio ai pacchetti, sono ben fissati dopo giri di nastro isolante. Controlla l’orologio delle olimpiadi, controlla il suo e poi si allontana.

Nino ha lasciato in camera anche quello che aveva trovato in una cava vicino alla Dora, dove una ditta di Trofarello andava a collaudare i fuochi d’artificio. Non sa se può funzionare. Non lo sa lei, Pelle, e non gliene ha parlato mentre girano da soli in skate. Forse l’avrebbe convinta a non provarci. Però l’idea non ha voluto andarsene e dopo le ricerche su rete sembrava ancora meglio e adesso Pelle entra in un altro bar, uno vicino al vecchio cinema che ha chiuso per sempre, e ordina un secondo cappuccino tiepido e le viene passato e non sbattuto davanti. La schiuma le solletica il naso e la fa sorridere, come la mano di  Nino quando l’accarezzava, quando l’accarezza di notte, ogni volta che cade.

E come in un televisore vede sulla vetrina il blocco di ghiaccio che parte, un razzo, fiamme da sotto che sono fotocopie dei disegni sulla felpa, i pacchetti che prendono fuoco, l’orologio non si disintegra in un fantastiliardo di atomi (e neppure a me succederà, si convince, basta che io e Nino rimaniamo insieme) e sale e sale e sale, i pochi presenti con il naso all’insù e grida di sorpresa e urla di terrore, alla fine scompare oltre la nebbia e le nuvole, ma lei sa dov’è andato. E’ andato da suo fratello, e di sicuro stanotte Nino la ringrazierà. Una stella, un fossile che ticchetta nell’ambra per tenergli compagnia, un regalo delle olimpiadi. Finalmente qualcosa di buono da tutto questo, da questa merda, sorride per la parolaccia e altro, e poi strizza gli occhi e poi.

La vetrina si spegne e ritorna muta e unta. Nessuno attorno a lei ha alzato la faccia, nessuno si è mosso, nessuno ha aperto bocca. Uno le fissa il seno, cioè niente.

Pelle si volta e continua a bere, aspetta l’esplosione, lo skate sottobraccio, la schiuma a carezzare l’anello attorno al labbro che trema appena.

(racconto pubblicato sulla rivista/antologia Ventre, 2006)

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