pochi i santi

Prendo Zero e lo sollevo dal letto. E’ leggero. Mi basta staccare qualche flebo, un paio di angioset, non è difficile. Sua zia distesa su una poltrona, lì vicino. Lasciamola dormire. Il ragazzino mi fissa, gli occhi quasi bianchi come il resto del corpo. Sa chi sono e perché sono venuto. Mi ha mandato Dani, sua cugina. Da tempo lo vedeva così e poi non ce l’ha più fatta e mi ha chiamato.

Fa freddo, in pieno ottobre. Qualche maschera carina di carina ragazzina balla per i viali. Non è quello che cerchiamo. Le ossa di zero scricchiolano e la mia presa si fa più lenta. Sposto il suo peso sul braccio destro, con la mano sinistra frugo nella giacca di cuoio e tiro fuori una pastiglia. La butto giù, saliva poca, e ne sento la corsa in discesa attraverso l’esofago, fino allo stomaco.
Zero è coperto solo da una vestaglia nera di pipistrellini e arancione di zucche, ma non sembra sentire il gelo. Da tempo le sue ossa ne sono piene. E’ il gelo che le sta facendo spezzare. Il gelo e qualcos’altro. Ci è abituato.
Dove sono i mostri, mi chiede.
Presto, rispondo. Presto.
Arriviamo in una piazza dove un gruppo bussa alle porte delle case che stanno intorno. Dolcetto o scherzetto, dolcetto o scherzetto. Dobbiamo andare avanti. Le foglie secche come desideri di nessuno e per nessuno.

Il cimitero non è lontano. Zero sbadiglia. Ricordo quando lo tenevo da me mentre scrivevo, due anni appena, la faccia fissa sulla tv con i cartoni animati della famiglia Addams. Poi i genitori lo venivano a riprendere. Papà e mamma, dove siete adesso? Da qualche parte, in qualche posto, preferibilmente al sole. Non tenete la mano di vostro figlio disteso sul letto? Non lo accompagnate nel cammino?

Scosto il cancello e finalmente li vediamo. Zero sorride. Hanno mantelli neri e pelo e zanne e forse è un travestimento, forse no. Mi avvicino e una mano rugosa frega contro la mia.
Non ho paura, sussurra il ragazzino. Ne ho la camera piena.
Di mostri, intende. Di pupazzi, di sagome di cartone, di vampiri e streghe e lupi mannari. Non l’hanno mai spaventato. Il vero orrore non appartiene a loro. Loro non squartano la gente per poi ricucirla. Sanno cos’è il rispetto. Sanno quando è ora di chiudere baracca e scomparire. Il loro buio sa di fragola e incenso al gelsomino, non di disinfettante.

Si fanno intorno a noi. Appoggio Zero a terra. La terra, che tutto ingoia. Il suo sorriso si allarga. Quando loro cominciano ad accarezzarlo, quando cominciano a mugolare e a lamentarsi, capisco che è giunto il momento di scivolare via.
Non appena gli auguro buon Halloween, Zero già non sente più. Sta sognando; non incubi di ospedali e iniezioni e radiografie (inutile, tutto inutile), ma il veloce rincorrersi dei mostri. Acchiapparella, giro girotondo.

Quando ritorno sulla piazza, i bambini continuano a giocare con “dolcetto o scherzetto”. Mi piacerebbe unirmi a loro, ma non lo faccio, e mi perdo tra le vie rosse di coriandoli, bianche di ossa dissotterrate. Ne tocco una e mi sembra di zucchero. O forse è vera, calcio e midollo, o la pillola sta facendo uno strano effetto.
Dolcetto o scherzetto, ripeto, puntando verso la macchina, nella mente il ricordo di un ragazzino. Un tempo troppo bianco e stanco, ora felice, ora tranquillo, ora in un sogno.

(racconto pubblicato sulla rivista Strane Storie n. 9, inverno 2002)

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