ila racconta

Lo psicologo dell’ospedale mi spiegò che la cura farmacologica non bastava. Avrei dovuto aggiungere sedute di terapia. Decisi che era meglio andare direttamente da Ila. Di certo aveva cose più interessanti da dire di uno in camice bianco o in finta Lacoste.

Ila sta spalmata contro un angolo di muro, il vecchio giubbotto marrone che le strizza il corpo magro e manco diresti che è una donna. Dalle undici di sera all’una del mattino, puntuale, allo stesso posto. E’ una costante che mette sicurezza.

Ila ha i capelli cortissimi e un anello che le trafigge il sopracciglio destro.
Ila tira spesso su con il naso, è raffreddata o allergica.
Ila ha dai venti ai quarant’anni.
Ila ha le tasche gonfie. Ila ha di tutto. Le mie pastiglie, certo, che tiene in bustine da francobolli e snocciola fuori una per una quando gliele chiedo però, anche altro, altra roba, e non ti nega mai niente. Basta il passaggio di carta, piegata in tre o quattro, un rapido bisbiglio.
Le mie medicine le troverei pure in farmacia, ma da lei costano meno e snebbiano prima il cervello.

Non sempre la faccenda è così veloce. Ila racconta. Davanti al fiume che nulla dice e nulla sente, parla della città dove è nata, del mare e del sole. Delle acciughe lasciate a seccare assieme ai pomodori. Delle reti stese al vento caldo.
Dei caramba in libera uscita che con la scusa del tesserino la rapinano del fumo e certe volte pure la menano. La volta scorsa, uno le ha tirato un colpo d’anfibio in pancia. Ha avuto il livido per una settimana.
Non tutti i caramba si limitano a fumare. A qualcuno piace l’ago e lì Ila sa dove colpirlo. Ripete questa frase con occhi socchiusi

E’ arrivata una partita tagliata male, tossicchia, passandosi in bocca una caramella da guancia a guancia. Troppa stricnina. Me ne devo liberare; se i clienti spariscono, il giro finisce.

Ila, non so se abbia braccia gonfie e nere, il giubbotto portato anche d’estate. Ila, non so dove abiti. A volte la vedo allontanarsi lungo le baracche vicino al ponte, ma non so se stia lì.
Ila, non so se creda alla vita da pubblicità che a volte racconta, il sole e il mare e il pesce e il resto. La possibilità di un’esistenza simile mi tranquillizza. E forse mette in pace anche lei. Per pochi secondi, al massimo qualche minuto di calma, ma è meglio di una seduta di terapia.

Ila che si rigira tra le dita un sacchettino di polvere bruna, sorride, rompe tra i denti la caramella con uno schiocco.

Due giorni più tardi, quando passo davanti a un’edicola, leggo di un carabiniere morto di infarto durante il turno di guardia. Ventidue anni. La madre che se ne domanda il motivo, ma dalla piccola foto, tra le lacrime, sembra saperlo bene. Il giornalaio mi fissa, ma non distolgo lo sguardo dal pezzo di carta, e l’impressione resta.

Quando rivedo Ila, non le chiedo niente.
Si schiarisce la gola, tira su col naso, e – certa che alcuni suoi clienti non corrono più rischi, a differenza di altri – continua a raccontare di una vita passata, futura, mai stata.

(racconto pubblicato sul sito clarabella.com -ormai scomparso- agli inizi del nuovo millennio; ciao, Vic!)

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