la chimica dei santi

Cinque e mezza del mattino. Sono in strada. Finisco di masticare la compressa. Rigiro i frammenti in bocca. Li spalmo con la lingua all’interno della guancia. Dovrei inghiottirla, secondo le istruzioni dei medici. Non importa. Ho gli angoli delle labbra sotto anestesia. Non sentirei nulla neanche se me le strappassero. Settantacinque milligrammi di anafranil fanno questo effetto. Senza, avrei problemi ad alzarmi. Cloridrato di clomipramina, il mio primo santo della giornata.

Arrivo a piedi all’edicola della stazione. Entro. Ci lavoro. Non sono troppo grandi, la stazione e l’edicola. I due che sono con me hanno già ritirato i pacchi dei quotidiani. Non parlano la mia lingua. Dovrei essere il loro capo. Controllarli. Sopra di me, quello che alla sera viene a ritirare i soldi. Sopra di lui, non ne ho idea. I due stanno zitti. Al massimo qualche risata. Vendo il mio primo quotidiano della giornata mentre succhio due milligrammi e mezzo di tavor. Lorazepam, il secondo santo. Il gusto è di talco e sapone. Di detersivo.

Qualche treno si ferma. I passeggeri sono stanchi. Si muovono in fila indiana. Le medicine non mi danno troppa sonnolenza. Ci sono abituato. Ogni tanto mi tremano le dita della mano sinistra. Forse ho una roba al cervello. Al cervello, sì, ma non quello che pensi tu, mi hanno risposto al pronto soccorso. Come fanno a sapere quello che penso? Io penso poco, io non penso a nulla.

Un ragazzino mi chiede una rivista pornografica. Non le teniamo. Politica dell’azienda. A casa ne ho tante, ma non glielo dico. Mi stordiscono appena, come il resto.

A volte viene a trovarmi quella del bar. Ha la frangetta nera con fili bianchi e un grande neo sulla gola. Non so quanti anni abbia. Da quando le ho detto che non posso prendere caffè, me ne porta uno d’orzo. Sa di bruciato e di paglia ma è buono e scalda. La stufetta che ho di fianco spesso non basta. Quella del bar mi dice sempre qualcosa, io le rispondo qualcos’altro. Una mattina mi ha toccato la guancia con la mano, una mattina mi ha chiesto che cosa ci faccio qui con la mia aria da liceale con tutti dieci sulla pagella. Non le ho risposto. Forse anche lei è un santo, con il caffè d’orzo e la carezza, ma non ne sono sicuro.

Studiare non studio più. Dieci non ne ho mai avuti e credo adesso i voti siano cambiati, ci siano giudizi o valutazioni. Non so. Ho visto il liceo e in mezzo ho visto tanti dottori che mi hanno detto di stare calmo e che se volevo funzionare dovevo curarmi. Mi hanno dato le medicine, queste e quelle. Con le medicine non sento. Non sento niente. A volte non capisco niente e galleggio.

Ho capito, però, quando i miei genitori mi hanno trovato una casa. Una casa, in affitto, e un lavoro, all’edicola. Con loro è rimasta mia sorella. Lei studia e va bene. Non è mai stata da un dottore. Al massimo per un mal di gola. Non da uno dei miei dottori, comunque.  Mia sorella è magra e ha i capelli biondissimi. I miei sarebbero dello stesso colore, credo, se non li avessi rasati.

I santi del mattino tornano dopo pranzo, dopo carne e pane e mezzo litro d’acqua. Altri settantacinque milligrammi di anafranil e due milligrammi e mezzo di tavor. Quando sento  il petto che si ghiaccia, salgono a cinque. Stesso sapore di detersivo, labbra e bocca che diventano quelle di un altro. Chissà cosa potrei dire, con questa bocca, con queste labbra non mie. Non lo so. Forse ho paura. Per questo sto zitto.

No, L’Europeo non esce più.
Sì, credo da molto.
Prego, buongiorno, si figuri.

I due si passano una bottiglia. Odore forte di alcol. Hanno freddo. Bere non è contro la politica dell’azienda.

Tengo in tasca le cartine dei medicinali come mio padre fa con i vecchi santini. Li colleziona. Ha un amico che viaggia molto e glieli regala. Non ho idea che cosa sia esattamente un amico. Forse a scuola, ma troppo tempo fa. Un santino per qualsiasi necessità, una cartina per ogni evenienza. Anafranil e tavor. Risperdal, quattro milligrammi, risperidone.  Limbitryl, venticinque milligrammi, amitriptilina. Roipnol, un milligrammo, flunitrazepam, al bisogno. Non posso prenderli tutti assieme, ma combinarli, alternarli, se mi sento strano o davvero male. Se ti senti davvero molto molto molto male, ha sottolineato uno in corsia, riempiendo un foglio con una lunga ricetta e continuando a parlare anche quando non lo ascoltavo, anche quando chinavo la testa e quando mi inginocchiavo sulle piastrelle, in silenzio.

Non manca molto alla sera. Le otto e si chiude. E’ inverno e fa buio fin dalle quattro. Arrivano passeggeri stanchi come quelli del mattino. Sono gli stessi del mattino, mi accorgo ogni volta. Quasi zoppicano. Arriva il proprietario a ritirare l’incasso e ce ne possiamo andare. I due da una parte, io da un’altra.

L’appartamento non è brutto. Davanti alla finestra della cucina si muovono i rami di un albero. Ceno con carne e pane e mezzo litro d’acqua. Accendo la televisione e rimango a fissarla per un po’. Vedo solo i colori che cambiano. Prendo una delle mie riviste da sotto la poltrona e mi tocco e non vengo.

A volte vorrei comperare una pistola e sparare a qualcuno. A volte vorrei scalare una montagna mentre il respiro diventa canzone o grido.  Invece prendo le pastiglie e il resto. Credo sia meglio. O così mi hanno detto. Le montagne sono lontane, dalla finestra della mia camera da letto.

Ogni notte recito una preghiera ai miei santi, alle cartine appoggiate vicino alla lampada, alle confezioni con l’etichetta rossa e blu, alle fiale da iniezione intramuscolo, alle gocce troppo dolci: cari santi, aiutatemi. Voi che siete buoni e forti, aiutatemi. Dentro voglio tornare pulito. Non sarò cattivo, ma voi aiutatemi, vi prego. Lo dico o forse lo penso, perché quando parlo spesso mi confondo.

Prima di dormire anafranil e tavor, bocca impastata e addormentata. Con loro arriva San Roipnol, ne ho bisogno, a pizzicare sulla punta della lingua.

In genere non sogno e in genere il giorno dopo ricomincia, le risate dei due e i passeggeri stanchi e il caffè d’orzo e carne e pane e mezzo litro d’acqua, ma quando capita sogno questo: che compro la pistola e la regalo a un altro, raggiungo le montagne e lì c’è qualcuno ad aspettarmi. E in genere sono i santi, non le medicine ma i santi di mio padre in carne e ossa. Splendono. Sanguinano. Sorridono. Sono bellissimi.

Mostrano le loro ferite, io mostro le mie, e cominciamo a salire, insieme.

(racconto pubblicato in Santi: Lives of Modern Saints, antologia bilingue con colonna sonora in cd allegata, Black Arrow Press, 2008)

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