libri, che

Che il primo in assoluto è un’edizione condensata del vangelo, copertina blu. Che per colpa di un altro manchi la fermata della corriera verso la Liguria. Che dai, passami Andrea Pazienza, mentre in gita a Roma. Che di John Fante conservi l’edizione SugarCo. Che la tua Panda viaggia come una biblioteca catarrosa di marmitta. Che d’estate in Puglia a scacciare i tafani giganti. Che pagina per pagina senti l’odore di resina o di fuoco spento o di bottiglia piena di benzina o di birra o di sesso o di altro che c’è e non c’è. Che insegui il profumo di quando sono nuovi, meglio della pizza bianca. Che la copertina non sarà importante, ma tu la accarezzi con le dita senza graffiare. Che fai appena penetrare la luce e non li spalanchi. Che non ti piace tenere il segno e rileggi le stesse righe almeno tre volte. Che a volte dentro ti senti pieno e sazio, eppure non sono così grandi, o forse sì. Che a volte dopo hai ancora fame, ma fame buona. Che qualcuno ti ha insegnato molto sulla loro storia e la loro vita e la loro forza e purtroppo non c’è più e ti manca. Che ci sono troppi strilloni di roba inutile, troppo rumore di fondo, e le parole vanno rispettate o si vendicano. Che adesso sul letto ti fai coccolare, tu accoccolato. Che ancora mezza pagina e poi spegni la luce e ti addormenti.

Annunci

pelle sottile

A Grazia e Renato:

“no such thing as gravity…”

Pelle si sveglia e già questo è difficile. Ha male dappertutto. La scorsa notte con Nino non è andata così bene. Non è tanto furbo vedere chi cade meglio dallo skateboard. Pelle lo fissa, lo skate, ai piedi del letto, gli autoadesivi incollati sopra. Una mano con una bocca che si apre sul palmo le sorride. Lei non ricambia. Lo prende, si veste, a casa non c’è nessuno. In tre stanze è facile accorgersene. Scende le scale ed è in via Po. Tempo delle prossime olimpiadi invernali e il suo palazzo verrà  sezionato in una serie di monolocali per giornalisti in trasferta e universitari senza problemi. Non lo sa o fa finta di non saperlo. Sale sullo skate e spinge. Oggi non è giorno da scuola. Oggi dalla piazza non si vede neanche la Gran Madre. Oggi c’è la nebbia e quando le ruote toccano il marciapiede le sembra di galleggiare. Novembre e foglie morte.

Si ferma a fare colazione in un bar vicino a una farmacia. Ha cambiato mille proprietari e nessuno la conosce e le va bene. Nessuno le chiede di sua madre (al mare con un fidanzato), di suo padre (al lavoro in pelletteria), di suo fratello (meglio così). Beve un cappuccino con tanta schiuma, tiepido. Sbattuto davanti. Fosse entrata all’Elena avrebbe trovato una cameriera gentile. O forse sono carini e cortesi e comprensivi con i clienti abituali e i loro ascot, pacche sulle spalle e tante domande. Troppe in ogni caso. Pelle si accorge di sentire freddo e alza il cappuccio della felpa. E’ di  Nino, enorme, ma non si arrabbia se è lei a metterla. Fiamme rossoblu sulle maniche grigie rimboccate. Risale sulla tavola ma fa più attenzione, verso piazza Castello i vigili non sanno come passare il tempo, anche se sono le sette di mattina. O ti multano o attaccano bottone. La seconda è peggio. La tracolla è pesante, le rimbalza sul seno che non ha, ma alcuni sguardi si posano lì, forse nella speranza di vedere quello che non c’è.

Pelle gira in tondo davanti al Regio, non sa come mettere l’asse di traverso sul marciapiede e neppure i nomi delle posizioni, delle tecniche. Lei sa andare avanti e basta, spingersi con il piede. E’ Nino quello bravo. Attraversa la strada con lo skate in mano perché sui sampietrini rischia di scivolare. Il semaforo rosso la mette in agitazione, la blocca ma dura poco, questione di un attimo.

I negozi sbarrati. Universitari di Palazzo Nuovo arrancano lungo la via. Pelle non vuole diventare come loro. Forse finita la scuola farà qualcosa, forse scapperà vicino vicino, forse viaggerà lontano lontano. Non come loro, però, le ragazze con i pantaloni a vita bassa e i saffi con i lustrini e i maglioni multicolori sformati, i ragazzi con i calzoni a strascicare a terra e brutte giacche a coste verde marcio. Molti hanno il pizzo, molte una pallina appena sopra la narice, tutti lo sguardo annoiato. Pelle si controlla i pantaloni neri a sigaretta strappati sulle ginocchia. Una caccola di metallo, la pallina, pensa. Sfiora l’anello al labbro inferiore, sottile. Si è fatta bucare insieme a Nino nel laboratorio di Moncalieri, per lui una barretta più spessa. L’aveva accompagnata in moto. La tracolla ballonzola e deve sbrigarsi.

Il negozio degli skater è chiuso, come previsto, tanto lui non l’avrebbe mai aspettata lì. Molto da cabinotti. Lei non sapeva che cosa fossero e Nino gliel’aveva spiegato, cabinotti dalla cabina telefonica dove i fighetti si danno appuntamento, in collina verso viale Tovez. Chissà se c’è ancora. Chissà se si può buttare giù con una ruspa.

Quasi all’angolo con via Garibaldi, le fontanelle secche per la brutta stagione. A luglio è bello passare in mezzo agli zampilli, attraversare l’arcobaleno. Dentro un blocco di ghiaccio, in realtà di plastica, ma che adesso va d’accordo con il freddo, l’orologio per il conto alla rovescia delle olimpiadi invernali del duemila-e-passa. Lo osserva, come al solito è indietro, le piace perché è protetto da un guscio lucente che non fa uscire ed entrare nulla. Ogni tanto vorrebbe sentirsi così ma lei è Pelle, diminutivo del suo cognome (Pellerano, che si chiami Alice importa a pochi), pelle sottile, e  si tocca le gamba con insistenza e si fa male. Un pizzicotto come per uscire da un sogno ma non ha nessuna intenzione di svegliarsi.

Quando di notte va in skate, Nino continua a ripeterle che vorrebbe avere vicino a sé l’orologio delle olimpiadi. Il tempo qui non passa mai, le confessa. E  a lui non sembra di ghiaccio, ma di ambra con dentro un insetto, un fossile. Pelle lo chiama scemo e scivola giù dalla tavola e ogni volta lui la risolleva e alla fine lei cade dal letto e si guarda attorno ed è mattina ha davvero i lividi. E Nino è scomparso.

Pelle si avvicina all’orologio. Nino ha lasciato in camera da letto, nella loro camera, il suo skate, quello vecchio con l’autoadesivo della mano, quello che adesso usa lei (prima non ci andava, aveva paura). Nino ne ha uno nuovissimo che brilla, anche se può sembrare una cretinata, Pelle fa una smorfia, ma brilla davvero più di una stella. Nella stanza pure una cartellina con gli esami delle Molinette di mesi prima, valori e tassi e scarabocchi di medici. Una foto di Lala, che alle Molinette continua ad andare anche senza Nino, ogni tanto trasloca all’Amedeo di Savoia, all’infettivologico, dove aspetta con altri sotto una tettoia ondulata che le facciano il conteggio di questo e di quello (un giorno Pelle l’ha accompagnata e si è odiata quando si è sentita fuori posto a fissare le facce pallide).  E in un cassetto le foto di Nino, tante scattate quando era magrissimo e  aveva gli occhi da panda, come diceva lui, non gliene importava niente o faceva finta che.

Pelle svuota la tracolla e posa i pacchetti squadrati attorno alla base dell’orologio. Hanno paura degli attentati, ma non vede vigili, neanche uno a scocciarla, forse si sono smarriti nella nebbia o è ancora troppo presto e bevono al Patria chiacchierando assonnati. Un vecchio in bicicletta con dinamo sulla ruota e faro in mezzo al manubrio canta una canzone in piemontese ma lei non capisce,  lei è di qui ma non è di qui. Da piccoli in una vecchia città sul mare e gli scogli, i posti più vicini erano San Severo e San Menaio, la memoria aiutata da un disegnatore che è nato lì, un disegnatore di fumetti che lei e Nino adorano. Pelle si scrolla, un brivido ma non di freddo. Non può continuare a pensare e ripensare, anche se da un po’ di tempo lo fa sempre, dentro la testa come un ronzio. Bisogna darsi da fare, veloci. Sfila un accendino dal tascone sul davanti, lo abbassa, allontana la mano dalle scintille, sferra un calcio ai pacchetti, sono ben fissati dopo giri di nastro isolante. Controlla l’orologio delle olimpiadi, controlla il suo e poi si allontana.

Nino ha lasciato in camera anche quello che aveva trovato in una cava vicino alla Dora, dove una ditta di Trofarello andava a collaudare i fuochi d’artificio. Non sa se può funzionare. Non lo sa lei, Pelle, e non gliene ha parlato mentre girano da soli in skate. Forse l’avrebbe convinta a non provarci. Però l’idea non ha voluto andarsene e dopo le ricerche su rete sembrava ancora meglio e adesso Pelle entra in un altro bar, uno vicino al vecchio cinema che ha chiuso per sempre, e ordina un secondo cappuccino tiepido e le viene passato e non sbattuto davanti. La schiuma le solletica il naso e la fa sorridere, come la mano di  Nino quando l’accarezzava, quando l’accarezza di notte, ogni volta che cade.

E come in un televisore vede sulla vetrina il blocco di ghiaccio che parte, un razzo, fiamme da sotto che sono fotocopie dei disegni sulla felpa, i pacchetti che prendono fuoco, l’orologio non si disintegra in un fantastiliardo di atomi (e neppure a me succederà, si convince, basta che io e Nino rimaniamo insieme) e sale e sale e sale, i pochi presenti con il naso all’insù e grida di sorpresa e urla di terrore, alla fine scompare oltre la nebbia e le nuvole, ma lei sa dov’è andato. E’ andato da suo fratello, e di sicuro stanotte Nino la ringrazierà. Una stella, un fossile che ticchetta nell’ambra per tenergli compagnia, un regalo delle olimpiadi. Finalmente qualcosa di buono da tutto questo, da questa merda, sorride per la parolaccia e altro, e poi strizza gli occhi e poi.

La vetrina si spegne e ritorna muta e unta. Nessuno attorno a lei ha alzato la faccia, nessuno si è mosso, nessuno ha aperto bocca. Uno le fissa il seno, cioè niente.

Pelle si volta e continua a bere, aspetta l’esplosione, lo skate sottobraccio, la schiuma a carezzare l’anello attorno al labbro che trema appena.

(racconto pubblicato sulla rivista/antologia Ventre, 2006)

pochi i santi

Prendo Zero e lo sollevo dal letto. E’ leggero. Mi basta staccare qualche flebo, un paio di angioset, non è difficile. Sua zia distesa su una poltrona, lì vicino. Lasciamola dormire. Il ragazzino mi fissa, gli occhi quasi bianchi come il resto del corpo. Sa chi sono e perché sono venuto. Mi ha mandato Dani, sua cugina. Da tempo lo vedeva così e poi non ce l’ha più fatta e mi ha chiamato.

Fa freddo, in pieno ottobre. Qualche maschera carina di carina ragazzina balla per i viali. Non è quello che cerchiamo. Le ossa di zero scricchiolano e la mia presa si fa più lenta. Sposto il suo peso sul braccio destro, con la mano sinistra frugo nella giacca di cuoio e tiro fuori una pastiglia. La butto giù, saliva poca, e ne sento la corsa in discesa attraverso l’esofago, fino allo stomaco.
Zero è coperto solo da una vestaglia nera di pipistrellini e arancione di zucche, ma non sembra sentire il gelo. Da tempo le sue ossa ne sono piene. E’ il gelo che le sta facendo spezzare. Il gelo e qualcos’altro. Ci è abituato.
Dove sono i mostri, mi chiede.
Presto, rispondo. Presto.
Arriviamo in una piazza dove un gruppo bussa alle porte delle case che stanno intorno. Dolcetto o scherzetto, dolcetto o scherzetto. Dobbiamo andare avanti. Le foglie secche come desideri di nessuno e per nessuno.

Il cimitero non è lontano. Zero sbadiglia. Ricordo quando lo tenevo da me mentre scrivevo, due anni appena, la faccia fissa sulla tv con i cartoni animati della famiglia Addams. Poi i genitori lo venivano a riprendere. Papà e mamma, dove siete adesso? Da qualche parte, in qualche posto, preferibilmente al sole. Non tenete la mano di vostro figlio disteso sul letto? Non lo accompagnate nel cammino?

Scosto il cancello e finalmente li vediamo. Zero sorride. Hanno mantelli neri e pelo e zanne e forse è un travestimento, forse no. Mi avvicino e una mano rugosa frega contro la mia.
Non ho paura, sussurra il ragazzino. Ne ho la camera piena.
Di mostri, intende. Di pupazzi, di sagome di cartone, di vampiri e streghe e lupi mannari. Non l’hanno mai spaventato. Il vero orrore non appartiene a loro. Loro non squartano la gente per poi ricucirla. Sanno cos’è il rispetto. Sanno quando è ora di chiudere baracca e scomparire. Il loro buio sa di fragola e incenso al gelsomino, non di disinfettante.

Si fanno intorno a noi. Appoggio Zero a terra. La terra, che tutto ingoia. Il suo sorriso si allarga. Quando loro cominciano ad accarezzarlo, quando cominciano a mugolare e a lamentarsi, capisco che è giunto il momento di scivolare via.
Non appena gli auguro buon Halloween, Zero già non sente più. Sta sognando; non incubi di ospedali e iniezioni e radiografie (inutile, tutto inutile), ma il veloce rincorrersi dei mostri. Acchiapparella, giro girotondo.

Quando ritorno sulla piazza, i bambini continuano a giocare con “dolcetto o scherzetto”. Mi piacerebbe unirmi a loro, ma non lo faccio, e mi perdo tra le vie rosse di coriandoli, bianche di ossa dissotterrate. Ne tocco una e mi sembra di zucchero. O forse è vera, calcio e midollo, o la pillola sta facendo uno strano effetto.
Dolcetto o scherzetto, ripeto, puntando verso la macchina, nella mente il ricordo di un ragazzino. Un tempo troppo bianco e stanco, ora felice, ora tranquillo, ora in un sogno.

(racconto pubblicato sulla rivista Strane Storie n. 9, inverno 2002)

“perché questi (vecchi) racconti?”

Perché non si trovano più in rete, se mai ci sono stati.

Perché alcuni sono contenuti in antologie che costano qualche  euro;  insomma, vi faccio risparmiare.

Perché altri sono stati pubblicati su riviste ormai difficili da reperire.

Perché mi piaceva, e mi piace, l’idea di riunirli tutti sotto la stesso tetto, soprattutto dopo il crash dei miei vecchi siti e dei miei vecchi pc (i backup non sono mai stati il mio forte).

Perché è un po’ come tirare giù dalla soffitta mucchi di  giocattoli a molla  e vedere se funzionano ancora.

“Ma ne metterai anche di nuovi?”.

Sì. Credo proprio di sì. E non solo. Probabilmente ci saranno altre sorprese. Anche per chi mi chiede libri ormai non più in stampa. Qualche idea ce l’ho. Datemi tempo.

“Dai, sbrigati”.

Hmmm.
Toglietemi una curiosità, però: con chi sto parlando?