Archivio per genere

almanacchi americani, 2

Postati in fatti nostri con i tag , , , , , , , su 1 dicembre 2011 da Giovanni Arduino

Dopo Francesca Lia Block, per i nostri percorsi nel fantastico a stelle e strisce,  Christopher Barzak. Il suo La voce segreta dei corvi (Elliot) è un profondo, coinvolgente, toccante –ebbene sì-  romanzo di formazione travestito da storia di fantasmi (o il contrario, non importa). The Love We Share Without Knowing, ancora inedito in Italia, lo ha fatto paragonare più volte a Murakami Haruki (non a torto) e rappresenta una prova in più che i confini tra (buona) letteratura e (buon) genere non hanno probabilmente nessuna ragione di esistere (come probabilmente non ha senso parlare di slipstream o interstitial fiction o simili). Autore di numerosi racconti pubblicati in riviste e antologie a partire dal 1999, attualmente alle prese con ben due romanzi in dirittura di arrivo, Christopher insegna scrittura creativa in Ohio. Con lui abbiamo parlato di fantasmi, di ricordi, di mode, di scrittura, di altro.  Come spesso accade qui, a blog unificati con Lara Manni.

“Lo ammetto: adoro le storie di fantasmi. Le amavo da ragazzino e le amo ancora adesso. Sono in grado di insegnarci davvero molto sulle nostre stesse vite, perché un fantasma è lo spirito di un essere umano che non può o non vuole sparire, e sempre per una ragione più che valida. I fantasmi, con la loro sola presenza, ci aiutano a capire il motivo dei nostri rimpianti, dei  ricordi che troviamo insormontabili e terribili e non possiamo superare; ci costringono a esplorare la paura della morte, rammentandoci allo stesso tempo che un giorno non ci saremo più. Secondo me non sono sciocchezze, tutt’altro, e a me piace trattare simili temi… scrivendo storie di fantasmi, per l’appunto.

Trovo fantastiche anche tutte le variazioni sul tema: c’è il fantasma che desidera vendicarsi di un torto subito, quello che vorrebbe solo riposare in pace, quello con un preciso messaggio da recapitare a chicchessia, quello che non è capace di separarsi dagli antichi affetti, quello con una storia segreta persa nel tempo e che pretende giustamente di essere ascoltato, almeno dopo la morte. Quello che pensa solo a uccidere chiunque gli capiti a tiro, quello che si limita a esistere in una sorta di limbo, e anche quello che non capisce, o non riesce a fare capire, che cosa gli manchi per trovare la serenità perduta.

I fantasmi sono le fondamenta dei luoghi che abitiamo. Il classico spettro in genere infesta una casa o qualsiasi posto in cui sia morto o sia stato sepolto. I fantasmi più moderni, naturalmente, sono una manifestazione, quasi un’appendice della tecnologia. Escono dallo schermo cinematografico mentre gli spettatori assistono alla proiezione di un film. O magari dalla televisione, da una videocassetta, come in Ringu. O dai cellulari. Oppure da altri oggetti, dai libri o persino dai violini, come in un bel racconto della mia amica Kelly LinkIl fantasma di Louise (in Italia in Ne succedono anche di più strane, Donzelli). Sono il simbolo perfetto del mistero della vita e della morte, e per questo sono ovunque, soprattutto nelle nostre esistenze. Per me sono figure potentissime, come scrittore e come lettore.

E, sì, almeno in America adesso si dice che i fantasmi rappresenteranno la prossima tendenza del fantastico; come quasi sempre accade, se l’editoria e i media così vorranno, così sarà. E probabilmente la gente andrà loro dietro. Però io non sono bravo a seguire le mode. Per scrivere non mi baso su ciò che è popolare in un dato momento; in genere mi spinge sempre qualcosa di profondamente personale, di fortemente intimo.

In ogni caso, chi davvero non ha almeno un fantasma? Pure chi non crede in loro in realtà ne è circondato, fin da bambino, anche se il più delle volte sono soltanto i ricordi consumati dei nostri cari che non ci sono più. E non c’entra il soprannaturale: vecchie memorie possono acquisire vita propria e diventare reali. Quando uno non riesce a liberarsene, è convinto di esserne braccato, anche se in realtà è pressoché il contrario.”

almanacchi americani

Postati in fatti nostri con i tag , , , , , , , , su 24 novembre 2011 da Giovanni Arduino

… e gli autori (ma anche gli editor e gli agenti), che cosa ne pensano?

Come cambia il fantastico, se sta cambiando davvero? Che cosa sta succedendo? Young adult, crossover, paranormal, urban…? Vampiri, licantropi, zombi e compagnia e adesso i fantasmi, come si raccontava qui?  Il genere esiste e resiste o non ha più senso parlarne in senso stretto? E la scrittura? Da qui l’idea di pareri e opinioni e divagazioni da una serie di scrittori d’oltreoceano (se partiamo in questo modo, è solo perché le più recenti tendenze –termine orribile, perdonateci, qui e altrove- volenti o nolenti spesso da lì sono originate). Anche in questo caso, nel nostro piccolo, per fare un po’ di chiarezza. Magari pure per noi stessi, al di là di facili hype e degli autori molto “spinti” del momento. Questa settimana, Francesca Lia Block. La prossima, Christopher Barzak (La voce segreta dei corvi, Elliot). E poi si vedrà: la sorpresa in parte sarà anche nostra. Ah, per chiudere l’introduzione: naturalmente gli autori sono tra i nostri preferiti. Altrimenti, che gusto ci sarebbe?  :)  (a blog unificati, come ogni settimana, con Lara Manni).

“Se quella dei fantasmi sarà la prossima tendenza nel fantastico sotto qualsiasi forma? Onestamente non… non saprei. Io ne ho sempre scritto e non ragiono molto per mode o per generi. Comunque, più di un anno e mezzo fa ho cominciato a lavorare a Teen Spirit, che uscirà negli Stati Uniti nel 2012. Tratta di un triangolo molto particolare, e non solo perché uno dei tre è uno spettro. E ho da poco finito un lungo racconto su una donna perseguitata dal fantasma di un tipo incontrato su internet e che le impedisce di trovare il vero amore nella vita reale (anche se il vero amore non è cosa da libri, probabilmente). Casualità, credo. Gli spettri però possono essere protagonisti interessanti. Sono misteriosi, pericolosi; mettono paura e talora sono lugubri o molto tristi e sofferenti. Attraenti, perché no. Forse è comprensibile che adesso si arrivi ai fantasmi perché gli zombi, a differenza dei vampiri (ma non tutti), a livello erotico fanno abbastanza ridere (anche se, come sfida e gioco, ho scritto una love story tra zombi molto atipica, Revenants Anonymous, per l’antologia Hungry for Your Love). I morti viventi sono spesso ammassi di carne putrida,  e questo non è molto eccitante o stimolante, sotto vari aspetti, almeno non per me. Sono personaggi di cui non mi interessa poi così tanto scrivere. Se avete letto qualche mio romanzo, sapete che sono da sempre affezionata alle fate, ma non le fatine buone  e svenevoli: in particolar modo quelle oscure, molto oscure, tormentate, e per questo più umane, più terribilmente umane.”

Francesca Lia Block è nata e vive a Los Angeles. Conosciuta soprattutto per il personaggio di Weetzie Bat, è stata tra le autrici (se non l’autrice) che ha “sdoganato” il genere young adult di matrice fantastica presso un pubblico più vasto, trattando a fine anni Ottanta temi come omosessualità, famiglie allargate e AIDS . Definita “la maestra postmoderna del realismo magico per adolescenti, e non solo” (The New York Times Book Review), è pubblicata in molti paesi del mondo. In Italia è nota soprattutto per Angeli pericolosi (che comprende tutte le avventure di Weetzie Bat), Echo e Pretty Dead. Una chiacchierata più lunga con l’autrice comparirà presto su UrbanFantasy.it.

uscire con una porno star

Postati in fatti nostri con i tag , , , , su 9 novembre 2011 da Giovanni Arduino

Come promesso, a blog unificati con Lara Manni. Buona lettura.

 

“Uno scrittore letterario che firma un romanzo di genere è come un intellettuale che esce con una porno star”.  Questo l’incipit della recensione di Glen Duncan sulla Sunday Book Review del New York Times  del nuovo romanzo di Colson Whitehead, Zone One, dove non a caso gli zombi abbondano. Colson Whitehead è uno scrittore letterario. Glen Duncan pure, e ha prodotto (dietro preciso consiglio del suo agente, per sua stessa ammissione) il primo capitolo di una prevista trilogia sui licantropi (The Last Werewolf, L’ultimo lupo mannaro, 2011). Questo felicissimo periodo di apertura è già stato ampiamente criticato dal bravo Stephen Elliott (A Life Without Consequences, Una vita senza conseguenze, 2002) su The Rumpus (“gli intellettuali devono essere per forza intelligenti e le porno star idiote?”), anche per la sua assurda misoginia nonché retrogusto razzistello (e pure idiozia), chiarendo alla fine come molte sex workers siano di ottime letture (e qui ci si perde: perché bisognerebbe dubitare il contrario?). In realtà, guarda caso, è proprio Bubbles Burbujas (stripper e attrice in film per adulti on the side) che più di ogni altro ha centrato il punto sul suo blog collettivo Tits and Sass: “il paragone di Duncan serve a esemplificare la sua vergognosa tesi  secondo cui il talento letterario di Colson Whitehead è sprecato per i lettori di narrativa di genere.” A darle ragione, perle duncaniane del tipo “posso già vedere le adirate recensioni su Amazon (…) degli amanti di zombi” (equiparati a dementi illetterati nell’intero pezzullo), per concludere con una chiusura ecumenica quale “se questo è l’incontro tra l’intellettuale e la porno star, non è così male” (però, come ribadito per tutta la recensione, il merito della riuscita di tale connubio è solo dell’amico Colson).

Ora: si scrive di ciò che si ama. O che si odia. O per il quale comunque si nutre un sentimento profondo. E che, naturalmente, si conosce. Non per avere un flirt. Non per provare un brivido distante. Non per sperimentare qualcosa di proibito. Non perché, dai, famolo strano. Non perché te lo intima il tuo agente in un momento di magra. Ti devi sporcare le mani accantonando la tua bella giacca di tweed o la tua figa felpetta indie. Ti devi mettere in gioco. E il discorso potrebbe valere non solo per gli scrittori ma estendersi a editori e oltre. I gradi, sempre e comunque, te li devi guadagnare sul campo.

Insomma: se ci fossero più porno star (tanto per rientrare nella metafora, peraltro, ripetiamo, offensiva e stupidamente generalizzante) che scrivono quello che vedono come lo vedono e quello che sentono come lo sentono, se ci fossero più porno star e meno guardoni,  la letteratura “di genere” –e non solo e le virgolette non sono a caso- vivrebbe assai più felice e tranquilla. Senza distinzioni tra alto e basso (ebbasta!), senza infingimenti, senza prese di posizione o simpatiche uscite altezzose, senza barriere o barricate.  E, vivaddio, non ci sarebbe più bisogno di post come questo.

il pornopost del mercoledì

Postati in fatti nostri con i tag , , , su 8 novembre 2011 da Giovanni Arduino

Letteratura di genere! Pornostar! Spocchia gratuita! Fattanze! Domani, come sempre a reti unificate, con Lara Manni.

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