Il treno ci porta pesante. Siamo seduti di fronte, ci spiamo abbassando lo sguardo a ogni battito di ciglia dell’altro. Lì vicina una coppia si tiene per mano, lei è molto carina, lui meno.
Con te mi sento tranquilla, a posto, sospira lei nel dormiveglia.
Gli occhi di Odette centrano i miei come due proiettili non a salve ma che salvano, bang bang, non verde prato, non marrone fango, ma ocra Caran D’Ache, i pastelli che devi succhiare per riportare in vita e in forze.
Odette esce dallo scompartimento a fumare una sigaretta e io la seguo. Tira giù il finestrino, il fumo mangiato dalla velocità.
Non so se quello lì si rende conto del gran culo che ha, dice a tutti e a nessuno, il vento a scompigliare il caschetto di fili neri. Ti amo è una frase stronza, ma sai quante volte nella vita mi sono sentita così tranquilla da ammettere di esserlo?
Il corridoio è vuoto e rispondo che:
forse lui lo ricorderà tra anni e forse sarà troppo tardi.
Odette tace e sorride tra le boccate. Quello che nella penombra sembra un anello è un tatuaggio blu intorno al pollice destro: rovi intrecciati, un segno grezzo e solido come filo spinato.
Tiro fuori di tasca un Chupa Chups e inizio a scartarlo.
E’ al caffelatte?, chiede.
Cola, dico. Mi spiace.
Oh, e scaglia via il mozzicone, verso il bersaglio di una luna tonda e sfocata. Ne hai un altro?
No, ma prendi pure. Glielo porgo.
Indugia, ma alla fine accetta. Lo circonda con le labbra, tira su con il naso, a fondo. Confessa: ammazzerei per uno di questi.
Non è l’ultimo che mi rimane, continuo, e mi sento un pusher.
C’è il gusto alla luna?, rigirandosi in bocca la pallina colorata.
Cosa? Non capisco, le sue parole dolcissime di zucchero.
Il gusto alla luna, ripete. Freddo freddo e magico magico.
Arrivati a destinazione e al primo bacio, le labbra sanno di arancio, la lingua di panna. Gli altri due sono scesi prima, lui lasciandosi alle spalle una scia unta di carrozza ristorante, andando incontro a che… incontro a cosa?