Archivio per la Categoria scritti

stephen king, miglio 81

Postati in scritti con i tag , , , , su 21 novembre 2011 da Giovanni Arduino

Miglio 81 è un giochettino piuttosto divertente. Ed è horror. Accidenti, l’abbiamo detta. La parola magica. Proibita. Il termine che non si deve usare (almeno non per il King post-National Book Award: non è roba da scrittore serio, suvvia). Non solo: è anche molto splatter. Parecchio. D’altronde, il nostro ha sempre sostenuto di amare il gross out, l’effetto raccapriccio. Splatter è un po’ che non si sente, si usa di meno, sarà anche demodé ma fa sempre colpo. D’altronde, che cosa vi aspettate dalla storia di una creatura aliena trasformatasi in station wagon lurida di melma collosa, acquattata in una stazione di servizio abbandonata,  pronta a inglobare e divorare chiunque le capiti a tiro? E il giochetto di cui sopra, per i fan hardcore, può essere piuttosto spassoso: citazioni e autocitazioni che abbondano, da Il corpo a La zattera a Christine, la macchina infernale e Buick 8 (ma naturalmente) a un episodio tamarro di X-Files a tutta una serie di film splatter (di nuovo! siamo incorreggibili!) molto molto molto anni Ottanta a…  scopritelo voi. Per il buon peso, una rilettura pop della parabola del buon samaritano. Davvero? Davvero. Però non vogliamo spoilerare troppo e ci fermiamo. Il meccanismo del trastullo noi ce lo siamo già rovinato, lo abbiamo già aperto e sezionato, per il solo fatto di aver tradotto Miglio 81. Ed è stato divertente…

(continua qui. have fun)

occupywriters

Postati in scritti con i tag , , , su 12 novembre 2011 da Giovanni Arduino

L’ho scritto perché mi è venuto su dalla pancia e dallo stomaco.  Neanche rivisto e me ne sono vergognato anche e soprattutto quando l’hanno selezionato. Poi una persona (grazie)  mi ha detto che era bello.

Comunque, su OccupyWriters il mio piccolo  contributo. Non che fosse dovuto. Semplicemente, non avrei potuto fare altrimenti.  E non sono in bruttissima compagnia, dai.

in fondo il resto non importa

Postati in scritti con i tag , , , , , , su 9 luglio 2011 da Giovanni Arduino

Quando quell’uomo ti crolla addosso, colpito con l’elmetto che cade, quell’uomo che altri al di là del filo spinato chiamavano professore, il signor professore, in fondo non te ne importa niente. Ti rannicchi, rotule contro le costole, mani a cingere gli stinchi e un peso a schiacciare come un cielo caduto in testa. Dopo vieni portato via e vieni curato e vieni bendato con attenzione. La testa continua a farti male, il signor professore rotola tra un albero e una buca nel fango. Gli altri ti dicono che sei stato fortunato e che quell’uomo ti ha fatto da scudo, senza volerlo ti ha protetto, ti ha affidato la sua anima, e chissà perché ci credi subito. Ti lasciano andare quando svanisce il filo spinato e svaniscono le trincee e le città si riempiono di gente che festeggia. Le attraversi e cammini, non sai per quanto. Ti riposi sopra una lastra di marmo in mezzo alle croci e dopo vieni portato di nuovo via. Sei chiamato ladro, ti gridano pazzo, ti gridano iena e non rispondi. Una camicia che ti stringe forte da dietro e mura di mattoni bianchi e la penombra sono solo per te. Ti svegli una mattina uguale ad altre mattine ma il sole splende e due uomini ti abbracciano e ti chiamano professore, il signor professore, e finalmente l’abbiamo trovata, e sua moglie sarà felice, felicissima. In fondo il resto non importa, basta solo che succeda e, sì, anche da qui ti lasciano andare e vieni portato in una casa dove ti abbraccia una donna e le parli e capisci, sì, che qui puoi restare, chissà perché ci credi subito. La prima notte che dormi con lei stai rannicchiato, rotule contro le costole,  la testa sopra il suo ventre e un cielo che non ti schiaccia e stai bene, si sta davvero bene, perché non occupi il posto di nessuno e lei te lo fa capire. Dopo ci sono tante foto sui giornali e aule folte di gente e le piazze piene come prima, come quando il filo spinato è svanito, e un’altra donna che ti piace di meno e ti chiama marito e neanche piange per te, non come quella che ti offre il suo ventre,  notte dopo notte, non sai per quanto ma speri per sempre. E non vuoi che ti lascino andare, non stavolta, e non  lo fanno. Resti qui dove molti ti guardano storto ma in fondo non te ne importa niente, giochi con i figli che prima forse non hai avuto, a chi ti urla che sei un impostore, un bigamo, un bugiardo non dici nulla e abbassi gli occhi oppure rispondi (quando il sole splende e ti senti coraggioso, dopo essere rimasto chiuso tra la penombra di mattoni bianchi non sai per quanto) di lasciar correre, di lasciar perdere. Dopo andate via, tutti, anche la donna con il ventre che negli ultimi tempi è spesso pieno e sembra un frutto, ma va bene, si va in un posto più caldo dove non ci sono giornali e aule e piazze con gente che ti guarda male. Continui a dormire, con quella donna, il suo ventre cambia solo quando deve cambiare, si alza e si abbassa ma ti accoglie sempre.

Ti lasciano andare per l’ultima volta, accompagnandoti in lunga fila, e quando sei sotto una croce e sotto la lastra di marmo, ti dici che in fondo hai sentito il cuore  battere una sola volta, hai amato una sola volta, sei stato amato una sola volta, e per un’ultima volta ti rannicchi, rotule contro le costole, e sogni che la tua vita è stata questa, che in fondo il resto non importa, che potranno fare a pezzi il tuo corpo e leggere mille carte e scrivere mille libri per trovare una qualsiasi verità o per cancellare mille bugie, ma non riusciranno a toglierti nulla come tu in fondo nulla hai rubato, e questa ultima memoria di uno smemorato, questa ultima smemoria ti permette di riposare, tranquillo, qui.

(racconto per TorinoSette/La Stampa ispirato al caso Bruneri/Canella, 2005)

pietro non piange

Postati in scritti con i tag , , su 6 luglio 2011 da Giovanni Arduino

Non ho mai considerato i cimiteri. Mi è più facile capire un supermercato o un autogrill.

Il portantino se ne è andato. Qualcuno ha colmato la fossa. Pietro ha gettato una rosa di seta in mezzo alla terra. Questa almeno i vermi faticheranno a mangiarla, il  commento.

Oltre a noi due, corvi malati tra gli alberi. Siamo soli. Rimpiango gli scatoloni di penne da montare che mi aspettano a casa.

Pietro non riesce a piangere. E’ una malattia ereditata dal  padre. Ogni giorno deve prendere mezza pastiglia di cortisone. Per questo ha la faccia gonfia. Ogni tanto deve andare da un medico o da un altro per farsi sturare i canali lacrimali. Gli infilano un ferro nel bordo dell’occhio e vanno su e giù.

Il male non importa, mi disse una volta. Sai cos’è:  sembra ti raschino via i pensieri.

Conosceva Lucia da poco. Lucia  non era il suo vero nome. L’aveva incontrata lungo il ruscello e avevano cominciato a parlare. Dopo un po’ si era trasferita da lui.

Sorrideva spesso. Le piacevano i fiori. Qualsiasi fiore.

Lucia non stava bene. Tempo sei mesi e finì in ospedale. Fino all’ultimo non riuscirono a capire che cosa avesse. Quelle come lei non durano a lungo, sussurrò il primario durante una visita. Pietro rimase zitto per qualche secondo e poi gli spaccò in testa la boccia della flebo.

Dovetti convincerlo io a non sporgere denuncia. Se ne andò con gli occhi al cielo e agitando le mani. Macchie rosse sul camice bianco, puttana puttana puttana sulle labbra.

Il lunedì dopo si sarebbe trovato l’Audi bruciata sotto casa. Poca benzina può fare molto.

Nel grande ospedale, in una camera a sei letti, Pietro pianse per la prima volta.  Continuò finché Lucia non smise di respirare tra i denti. Non provarono neppure a rianimarla.

Ora che poteva piangere, non sapeva per chi e perché farlo. Prese a ripetermelo per una settimana intera. Poi mi chiese un favore.

Pietro e io non siamo esattamente amici, ma Lucia l’ho conosciuta. Bel sorriso, davvero. Perfino quand’era nel letto del grande ospedale.

Lui si volta e mi dice: adesso.

Sicuro?, gli chiedo.

Certo. Una lacrima cola lenta. Certo.

La calza coi pallini di piombo lo prende in mezzo alla nuca. Cade. Colpisce di lato la croce  bassa. Un tremito e poi rimane immobile.

Nessuno ha visto. Mi ficco in tasca la calza, pesante, umida. Mi allontano. Lo troveranno domani.

Pietro non ha mai versato lacrime per nessuno. Adesso che poteva farlo, non voleva sprecarle per  questa o quell’altra idiozia. Un film in tv. Un tramonto.  Non dopo Lucia.

Non dopo Lucia:  la voce di Pietro, le sue spiegazioni. Che non facevano una grinza. Non per me, almeno.

Esco dal cancello principale e cerco un supermercato. Un’insegna brilla lontana. I corvi zoppicano tutt’intorno. Ho bisogno di qualcosa, qualsiasi cosa.

(racconto inedito, 2001)

forse una volta questo deserto era un mare

Postati in scritti con i tag , , su 1 luglio 2011 da Giovanni Arduino

Una volta questo deserto era un mare. O forse no, La Valle della Morte. Death Valley. Non sono attendibile come fonte di informazioni. Colpa di mio padre. Non curerò mai una guida turistica. Mio padre, lo scrittore tivù, si è nutrito di antidepressivi  nel corso di lunghe ere geologiche. Il suo sangue è una droga potente. Quando sono nata, già ne ero piena. Per risanarmi dovrebbero raschiarmi le vene dall’interno o baciarle una per una. Lui la causa, io l’effetto. E’ tanto semplice. Lui che adesso guarda fuori dal finestrino, io che lascio memoria e ricordi a scartare, a fare le finte, a girarmi attorno guardinghi. A scomparire e riaffacciarsi.

E’ stata sua l’idea del viaggio. Abbiamo affittato una macchina e siamo partiti. Si sono raccomandati di portarci dietro molta acqua. Abbiamo obbedito. Non per noi, per il radiatore. Anche le paline sulla statale lo ripetono in coro.

Un deserto è un vasto nulla, ci hanno detto: più una bugia che una banalità. Non c’entrano piante e animali, fauna e flora, strani topi schiacciati polverosi storti lungo il ciglio, alberi secchi di spine affilate che dentro immagino gorgogliare di sugo. Se controlli bene, roulotte e camper e caravan non appena si diparte uno sterrato o si attorciglia un viottolo. Mio padre osserva quelle case provvisorie, di plastica, di resina, di ruggine, di antenne gobbe, poltrone e materassi sfondati in giardini che non esistono. Io mi aggiusto la gonna. Il sole batte forte anche attraverso i finestrini e domani sentirò le bruciature, la pelle troppo bianca, maltrattata, sensibilissima.

Lui non so a che cosa pensi. Forse a una delle sceneggiature tanto innocue che gli riescono tanto bene. Tanto false. Tanto posticce. Poliziotti e delinquenti, metro del bene e del male nel suo mondo tivù. Dovrei andare oltre, cancellarle, ma non posso scegliere. A me non servono, non mi parlano e non mi consolano e non mi scuotono. Non mi sfiorano il cuore, che se lo speli e  se lo spelli e se lo sbucci scopri che sotto è rosso. Sotto, sotto, sotto c’è la polpa.

Mi sforzo ma non ricordo: il nome delle dita spinose e succose. Fisso il cielo con nuvole di gesso e tiro il fiato. Mi piacerebbe sentire il caldo che calcina, il caldo fuori, ma l’interno della macchina non supera i diciotto gradi. Mi piacerebbe lasciare sbiancare le mie ossa assieme a quelle degli strani topi, mischiarmi alla sabbia rossa, al pietrisco aguzzo, alla polvere. Chi abita  nelle case provvisorie sente il tepore e l’arsura, non ha ventilatori né aria condizionata. Chi ci vive non vuole colpi alla porta, visite inaspettate di amici fraterni o sconosciuti di passaggio. Quando abbiamo affittato la macchina ci hanno avvertito di starne lontani. Chi si è perso non vuole essere trovato. Qui nessuno gioca a nascondino.

Nelle roulotte e nei camper e nei caravan ci lavorano gli inventori di nuove droghe: con una caramella fatata mi puliranno, mi faranno luccicare e splendere, ogni falla sigillata in eterno. Si nascondono gli anziani testimoni in processi di mafia: mi insegneranno l’arte di sparire con un colpo di bastone da passeggio. Ci scopano le puttane, occhi stinti dai millenni ma che guizzano nel buio: mi prenderanno con loro e tra loro, i clienti mi penetreranno a forza a fondo a sangue chiamandomi tesoro dolcezza amore, perché se mi vorranno è così che saranno obbligati a dire.

La luce del sole balla sulla moneta da un dollaro di mio padre. Stiamo salendo. Lui vuole raggiungere un punto dove hanno girato un film. Lui almeno si ricorda qualcosa, io fatico a elencare quello che ho ingoiato a pranzo. Anche per questo mangio pochissimo. Viene ridotta la possibilità di errori. Il senso sciocco di frustrazione. Scuoto la testa, socchiudo gli occhi, quasi ghigno, la macchina si ferma, dove non ho idea.

Si scende. Non l’umido che ti scioglie ma il caldo secco che conserva. Mio padre osserva da una parte e dall’altra e sembra soddisfatto. Non so che cosa abbia davvero dentro. Mi viene voglia di graffiargli la faccia, mordergliela fino all’osso, spezzarmi un dente sulla curvatura della mandibola in un bacio profondo. Allora magari urlerebbe, parlerebbe.

Il titolo del film, Zabriskie Point, come il posto dove ci troviamo. Capita che tutto mi torni in testa così. Inaspettato, inatteso. Mi inginocchio, appoggio la guancia su una pietra liscia e cerco di stare bene, di stare meglio.

Un mattino di secoli fa mi sono svegliata con la sicurezza che qualcuno avesse sognato di me e si fosse messo a cercarmi. E’ bastato a farmi sorridere per una settimana.

Il calore del sasso non mi accompagna in macchina. Mio padre riprende a giocare con il dollaro. Sguardo dritto in avanti. Mi scosto la gonna e controllo gli aggiornamenti da quando siamo partiti. Per incidere basta l’unghia appuntita dell’anulare. La coscia ha impronte vecchie e nuove. E’ come tenere un diario. La pietra liscia  diventa una bocca che balbetta rosso solo per un po’. Il brusco atterraggio con mia madre che deglutiva ansiolitici (lei è rimasta a Las Vegas, già annoiata e stanca e insofferente) sono due labbra serrate e inoffensive. Le cosce gli avambracci, il ventre, il seno sono tutto il brutto e tutto il bello. Qualcosa che mi segna e che posso segnare, anche a ritroso.

Mio padre frena, la statale è chiusa, una macchina della polizia e uno in divisa che ci racconta di una tromba d’aria, un uragano, la settimana scorsa, una zona allagata, impossibile proseguire.

La Valle della Morte sott’acqua, lo sbarramento e il poliziotto mi mettono a disagio. Sembrano spezzare una legge eterna di nascondigli, di silenzi, di ombre nette, di ricordi fissi, di vita in attesa. La massa rovente della pietra, contro la mia faccia.

Sta facendo buio. Freddo. L’albergo a metà strada tra qui e il resto del mondo. L’insegna di piccole lampadine tonde: uno scherzo di alba in anticipo. Accanto il verde sintetico di un  campo da golf e mi pare un controsenso, assieme all’inondazione e al resto. Le camere sanno di buono, di legno tarlato, non di deodorante e di muffa. Mi faccio una doccia bollente, ustionante, quasi non sento il crepitare della televisione, di una chiamata di mio padre immagino a Las Vegas, dall’altro capo una voce di donna annoiata e stanca e insofferente. Mi raggomitolo sul fondo e cerco di addormentarmi con un uragano –questo previsto, pure questo violento- che mi si rovescia addosso.

Nascondo la mappa graffiata sulla pelle con i soliti vestiti e mio padre mi accompagna a cena. Il cotone ferisce un  corpo tenero e scottato dal sole, dall’acqua. Il dolore mi regala un posto sicuro, mi fa sentire una pianta spinosa con matasse di radici soffici come piume. Il sugo che io ho dentro è impuro veleno.

Alle pareti del ristorante crani di mucca spugnosi  più del corallo. Sfioro le corna, sono aguzze, quasi mi trafiggo il palmo mentre lui spende il dollaro per una  macchinetta mangiasoldi che tiene fede al suo nome. In questo deserto è passato Mike Ness per un tour, i Social Distortion, dice il cameriere portando una lista che sa di buono come il legno tarlato. Ordino e mangio un waffle e spero di ricordarlo, un dolce diviso in cellette d’api traboccanti sciroppo, una nuova aggiunta alla memoria oppure no. Forse chissà quanti ne ho già masticati. Non vedi mai i buchi, non vedi mai quello che ingoiano. E così ingoio anch’io.

Il cameriere torna per raccattare i resti della bistecca di mio padre. Potrebbero contornare il ciglio della statale, osso con impronte di denti e bolle di grasso giallo.  Punta il dito in aria e subito parte una canzone che parla di un altro posto, un altro luogo della mente, e di chi vorresti ti fosse vicino.

Well I’m in another state, another state of mind,
I wish that I could be there right next to her

Bello, rispondo io, e l’altro fa spallucce, ripetendo Mike Ness, i Social Distortion.

These scars in my flesh,
I’m bruised and I’m bloodied
Only she knows the pain that I’ve been thru.

Chiunque sia, chiunque siano, mi piace questa nenia di cicatrici, di strade coperte di sabbia e di labbra lontane. Non so se mi faccia bene, ma mi piace.

This road leads to this, this one leads to that,
Her voice sends shivers down my spine.

Il pezzo finisce, nient’altro a seguire. Saluto il vuoto. Mentre saliamo  in camera i brividi della canzone diventano i miei. Mi sorprendo a pregare in silenzio che mio padre  li fermi tenendomi e trattenendomi in qualsiasi modo, conservandomi dentro, ma lui si addormenta veloce.

Mi infilo nel letto in maglietta e l’unghia serve a segnare il passaggio di Mike Ness, quasi una nota stilizzata e grezza, versi che sono schegge a dividere strati di pelle, parte di un codice che prima o poi dimenticherò. Cerco di prendere sonno e mi sembra di sentire onde e risacca e mi sembra di capirne il motivo (forse una volta questo deserto era un mare) anche se non ne sono certa.

La notte passa come altre, la mattina non so a che cosa penso. Mio padre, lo scrittore tivù, dorme ancora in un letto troppo distante. Da fuori, il richiamo della polvere rossa.

(racconto pubblicato sulla rivista Stilos, 2005)

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